RIMINI. “Il coraggio di dire io”, recita il titolo dell’edizione 2021 del Meeting di Rimini. Ma in che modo l’io può diventare noi? Su questo interrogativo è stato incentrato il discorso d’apertura dei lavori da parte del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, intervenuto in video collegamento dal Quirinale. Il capo dello Stato ha infatti spiegato come il titolo scelto per questa edizione riprenda un’espressione di Kierkegaard, appunto, “Il coraggio di dire io” e ha posto in relazione questa edizione con quella del 2016, cui aveva partecipato in presenza. «Allora il tema proposto metteva l’accento sul “tu”: “Tu sei un bene per me”. Ho colto subito l’evidente collegamento tra l’indicazione di allora e quella di oggi».

In questo arco di tempo, infatti, i molti cambiamenti che sono avvenuti – primo fra tutti la pandemia – hanno sottolineato come questi due poli, l’io e il tu, tengano insieme il “noi” che struttura la coscienza della società intera. «Ci siamo scoperti più fragili di quanto credevamo – ha proseguito Mattarella-. Abbiamo compreso con maggiore chiarezza di aver bisogno del sostegno degli altri». 

E proprio il legame tra l’io, il tu e la responsabilità sociale è stato il punto nodale del suo discorso: «Avere il coraggio di dire io richiama la necessità di rivolgersi ad altri, a uno o a tanti tu. Si tratta, anche per i credenti, della chiave del rapporto con Dio.  L’io ha bisogno di avvertire la propria responsabilità e di riconoscere gli altri per comporre il noi della comunità. Il futuro può essere costruito soltanto insieme».

“Costruire”. Se c’è una parola cara al popolo del Meeting – sempre memore dell’insegnamento di don Giussani –  è certo questa. Con mirabile sintesi, sconcertando forse Kant, Sergio Mattarella indica una concezione di libertà che argina l’individualismo che divora la cultura occidentale. «La libertà, per essere tale – afferma – deve misurarsi con quella degli altri».

Il centro di tutto rimane la persona. E Mattarella si fa persino promotore di un nuovo personalismo “all’altezza dei nostri tempi”. «Il coraggio dell’io ha a che fare con il coraggio della società di tenere sempre aperte, di non chiudere mai, le strade di uno sviluppo integrale della persona, di ogni persona. A questo dovere ci richiama la nostra Costituzione la cui impronta è, appunto, “personalista”». L’appello è allora al rilancio, a uno  sviluppo integrale della persona dentro la sfida della globalizzazione, della tecnica, di uno sviluppo sostenibile esprimendosi come fattore di equilibrio, di coscienza critica, di giustizia e di eguaglianza, riconducendo l’iniziativa dell’io alla sua responsabilità con ciò che lo circonda. Nulla di meccanico, niente da imporre, solo una strada da percorrere con coraggio. Quello di un io che ha il gusto dell’incontro, la curiosità della ricerca, la forza di realizzare il bene e il bello dentro la storia. 

Ma come si applica tutto questo ai giorni che stiamo vivendo? Il Presidente della Repubblica, nel suo discorso, non accenna all’Afghanistan o ad altre vicende contemporanee, ma nelle sue parole, forse, si possono leggere risposte ad alcune emergenze, come il drammatico grido d’aiuto che arriva da Kabul, nei valori fondanti dell’Europa. «La sovranità comunitaria è un atto di responsabilità verso i cittadini e di fronte a un mondo globale che ha bisogno della civiltà dell’Europa e del suo ruolo di cooperazione e di pace».

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