Sosteneva Freud che l’evoluzione di ogni individuo – e della comunità nella quale è immerso – dipende dal grado di affrancamento rispetto al nostro modello formativo. Da quanto in fretta, e con quanta determinazione, siamo in grado di spodestare metaforicamente l’ingombrante autorità dei nostri padri. L’auto-definizione, insomma, come chiave di un’autentica crescita. Ma cosa accade quando questa tensione al superamento del lascito dei nostri predecessori si tramuta in aperta ostilità? Come riprogettare la propria identità di fronte ad un’eredità composta da macerie e sogni infranti? Come reinventarsi nel mondo ormai derelitto dei padri accompagnati dall’asfissiante sensazione che non faccia più per noi? Sono, questi, dilemmi eterni e intrinsecamente irrisolti, crucci secolari che la letteratura non ha mai smesso di tramandare e di rinfocolare, nel tentativo di decifrare gli eventi di una storia sempre mutevole eppure, inspiegabilmente, sempre uguale a sé stessa. Crucci che hanno contraddistinto alcuni dei più grandi intellettuali del secolo scorso – da Elsa Morante a Pier Paolo Pasolini, da Jack Kerouac a J.D. Salinger – e che hanno trovato ampio spazio anche in Sicilia, dove, da sempre, le conseguenze dello scorrere del tempo sono guardate con innata diffidenza. Una delle sintesi più alte ed illuminanti di questa inclinazione reca la firma di Sebastiano Addamo, scrittore e poeta catanese mai troppo celebrato in mezzo agli altri grandi dell’isola, eppure dotato di una scrittura tagliente e traboccante di modernità, impietosa e lungimirante immagine di un tempo che ne racchiude infiniti altri. Un suo ritratto quasi pasoliniano della propria città ci pone ancora interrogativi scottanti, senza per altro adomrare il conforto di una risposta.

Sebastiano Addamo con Leonardo Sciascia

L’opera in questione è Il giudizio della sera, pubblicato nel 1974 da Garzanti e ristampato nel 2008 da Bompiani. Ambientato negli anni del regime fascista, poco prima del deflagrare del secondo conflitto mondiale, il romanzo segue l’epopea di Gino e dei suoi compagni, giovani di belle speranze nel pieno della loro maturità fisica e morale, che, lasciando la natìa Lentini, si affacciano al mondo della grande città etnea desiderosi di piegarlo, sbranarlo, conquistarlo. Sono gli anni della becera e tronfia propaganda mussoliniana, della virilità ostentata come camuffamento della propria insignificanza, della grandezza e dello splendore promessi e proprio per questo negati all’origine. Anni che annunciano un benessere di cartone, pronto a sbriciolarsi alla prima pioggia, mentre tra i vicoli del quartiere San Berillo un sottobosco sotterraneo, a luci rosse, di prostitute e mendicanti lascia intravedere le sue crepe. Poi la guerra, i bombardamenti, la distruzione che diventa sangue per le strade, polvere negli occhi. Una cesura che lascia in Gino il marchio indelebile di una sconfitta per cui sente di non avere alcuna colpa, se non quella di aver creduto alle illusioni dei grandi. Con straordinaria finezza, Addamo accompagna il lettore nell’assistere al progressivo deterioramento del protagonista: smarrito ogni punto di riferimento, Gino rimane incastrato in quella torbida spirale di peccati e sensi di colpa che contraddistinse l’immediato dopoguerra. Il piacere a pagamento diventa il suo unico compagno, l’appiglio traballante di un futuro senza volto. Gino, pian piano, si perde, frammentandosi nelle cose che nessuno gli ha insegnato ad essere. Diventando adulto senza preavviso. Fino alla consapevolezza senza scampo, ma forse foriera di una vivida reazione: «Senza averlo voluto, senza ancora saperlo, definitivamente entravo nell’età violenta, nella ferrea, dura, chiara età del parricidio».

La grandezza sottovalutata di Addamo è proprio questa: aver delineato il ciclo essenziale ed interminabile della vita umana. Aver tratteggiato l’affresco di incalcolabili generazioni: di quelle che su quel valico hanno già speso anni di fatica e di emozioni, di quelle che ancora vi sono alle prese e brancolano in cerca di soluzione, di quelle che ancora non si pongono il problema perché non hanno disimparato il senso della certezza. Di tutte quelle sedotte e abbandonate da un ideale, da una prospettiva, da un’epoca poi rivelatisi inadeguate all’altezza delle aspettative. Di quelle che dai propri padri, – intesi in senso lato anche come le istituzioni che le governano – dimentichi dei loro errori, si sentono addebitare responsabilità pesanti come macigni. Di quelle che ai padri non rimproverano proprio niente. E che silenziose attendono un’occasione per splendere.

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