Una siciliana sta per fare il suo ingresso alla Casa Bianca. Accadrà il prossimo 20 gennaio, giorno in cui Joe Biden comincerà il suo mandato presidenziale e sua moglie, Jill Tracy Jacobs, i cui avi Giacobbo sono originari di Gesso, una piccola frazione sulle colline di Messina, attraverserà la soglia della residenza più famosa al mondo. Pochi giorni dopo un’altra siciliana, questa volta doc, potrebbe calpestare il red carpet che conduce sul palco dei Grammy awards, gli Oscar della musica. La catanese Sissy Castrogiovanni, con il suo album Terra è al ballottaggio per le nomination al più importante premio dell’industria discografica. «Ed esserci con un disco cantato in siciliano vale il doppio», s’inorgoglisce al telefono dall’altro capo dell’oceano. Elisa Castrogiovanni, Sissy sin da piccola, in onore della principessa («non fui iscritta all’anagrafe con questo nome perché non avrei potuto festeggiare l’onomastico»), è candidata in quattro categorie: “Best Vocal Jazz Album”, “Best Arrangement”, “Best Improvised Jazz Solo” e “Best Engineered Album”.

«L’arte è nei geni della nostra famiglia. Ho 50/60 parenti, e tutti sono artisti. Chi suona, chi recita, chi canta. E ogni riunione di famiglia è incredibile»

La presenza di Puccio Castrogiovanni dei Lautari fra i musicisti che hanno suonato nel disco svela, oltre una parentela, l’appartenenza a una famiglia con una storia artistica che affonda le radici nei secoli. «L’arte è nei geni della nostra famiglia», sorride Sissy. «Fra cugini e zii, ho 50/60 parenti, e tutti sono artisti. Chi suona, chi recita, chi canta. E ogni riunione di famiglia è incredibile». «Il papà di Sissy è un pianista eccezionale», aggiunge Puccio. «Pur essendo un autodidatta, suona il piano da professionista. Ma tutti in famiglia suoniamo uno strumento».

La musica è una passione che cova nella giovane Sissy quando venticinquenne frequentava a Catania i corsi universitari di biologia genetica. «Contemporaneamente studiavo canto e facevo i miei primi concerti», racconta. «Improvvisavo jazz con Nello Toscano, Cristiano Corsaro e altri musicisti locali». Una passione che esplode irrefrenabile all’ultimo anno di università. Era il 2008 e invece di presentarsi all’esame, Sissy partì alla volta di Umbria Jazz, «dove vinsi una borsa di studio che mi apriva le porte del prestigioso Berklee College di Boston».

Nel settembre del 2009, sfidando il parere contrario dei genitori, la giovane jazzsinger etnea sale a bordo di un aereo, rotta Boston. Lì, alla Berklee school, qualche anno dopo, raggiungerà la laurea e lì oggi insegna canto. Nella capitale del Massachusetts incrocia lo spagnolo Javier Limón, il “boss del flamenco”, produttore di Paco De Lucia e di molti altri artisti ispanici, che descrive così l’incontro in un blog su El Pais: «Alla fine di una audizione per uno spettacolo televisivo è entrata dalla porta una bionda dagli occhi chiari, imponente e misteriosa, che stava per cantarci qualcosa. Le piaceva improvvisare ed era stata in città per un po’ di tempo studiando alla Berklee e cercando di imparare il linguaggio complicato di questo stile popolare e complesso chiamato jazz. Non ricordo più se su nostra richiesta o di propria iniziativa, a un certo punto questa donna ha deciso di mettere da parte la sua avventura americana e cantarci una canzone popolare della sua terra, la Sicilia. Tutto è cambiato, all’improvviso sembrava un’altra cantante, è diventata più luminosa, anche i cameramen e lo staff tecnico sono rimasti sorpresi».

Quella canzone era E vui durmiti ancora, una canzone popolare siciliana, «un pezzo di cuore, che cantavo con tutta la famiglia riunita nella casa di Aci Trezza». Javier Limón si entusiasma, vede Sissy come una diva siciliana, come Rosa Balistreri, e la invita a un corso di musica mediterranea a Valencia. Così quella ragazza partita da Catania con il blues e il jazz nel cuore, inseguendo le orme dei suoi miti Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan e Nina Simone, riscopre le sue origini. «C’erano stati altri due episodi premonitori», aggiunge Sissy. «Quand’ero studentessa, ero stata ospite in concerti di Bobby McFerrin e Jack DeJohnette. Entrambi mi chiesero di improvvisare utilizzando la mia lingua madre. Ed io cantai sempre in siciliano».

«Mi accorgo che suonando al piano e cantando in siciliano il pezzo nasce immediatamente. Il fraseggio delle parole mi ispira accordi, movimenti armonici e arrangiamenti»

In Spagna l’artista etnea entra a contatto con un mondo musicale variegato. «Ai corsi di studio ascolto musica magrebina, araba, spagnola e noto una similitudine con quella siciliana, sembrano appartenere allo stesso ceppo. Decido di cominciare un percorso di ricerca sulla musica siciliana». È una ricerca basata sull’uso del dialetto. «Mi accorgo che suonando al piano e cantando in siciliano il pezzo nasce immediatamente. Il fraseggio delle parole mi ispira accordi, movimenti armonici e arrangiamenti». Si accende la lampadina. Sissy riscrive tutti i pezzi con i testi in dialetto, cambiando anche gli arrangiamenti. E, alla fine del percorso, nel 2013 nasce Intra lu munnu, il primo album dell’artista etnea. «L’album desta curiosità. Le reazioni sono contrastanti», ride. «Cos’è questa musica? si chiedevano in molti. Jazz, folk o world music? Anche la mia famiglia non capiva: “Ma come, vai in America e canti in dialetto?”. Il fatto che venissi invitata a diversi festival jazz, evidenziava però la forte componente afroamericana». La definizione “sicilian jazz” sembra mettere tutti d’accordo.

«La musica è il linguaggio, non l’idioma. Ciò che la gente apprezza è che l’artista sia collegato con la sua anima. E il siciliano è la lingua della mia anima»

Terra è l’ulteriore evoluzione della ricerca. Si realizza il sogno di Sissy: «Sapevo che la mia musica avrebbe dovuto avere armonia jazz, folk, ritmi africani, sudamericani e un’anima siciliana». L’album si sublima nel contrasto fra una lingua e strumenti antichi con sonorità e arrangiamenti sofisticati e moderni. Il folk americano incontra la musica popolare siciliana, il blues e il jazz dialogano con il marranzano e la ciaramella, le percussioni africane e i ritmi sudamericani con i tamburi a cornice siciliani. E Sissy Castrogiovanni è una sirena che ammalia con armonie e melodie cantate in siciliano. «La lingua non è importante», sostiene. «Io l’inglese l’ho imparato qui, in America. In Italia quando ascoltavo le canzoni straniere non capivo una parola. Perché non deve accadere anche qua? La musica è il linguaggio, non l’idioma. Ho letto che la parte del cervello che recepisce la musica non è la stessa che recupera il linguaggio. E poi quello che la gente apprezza è che l’artista sia collegato con la sua anima. E il siciliano è la lingua della mia anima».

Il siciliano assume la musicalità del portoghese in Magia, diventa scat nella title track, è una carezza nella dolce ninna nanna ‘Nsonna dedicata al figlio, è gioia e solarità in Ama, è gospel e tarantella sincopata nella straordinaria Paci, in duetto col cugino Puccio, è sussurro da crooner nella stupenda cover di Stranizza d’amuri, «omaggio al fantastico Battiato», è una commovente melodia in E vui durmiti ancora, che nella versione di Sissy potrebbe diventare un evergreen internazionale.

Dieci brani scritti e arrangiati da Sissy Castrogiovanni (tranne le due cover) e registrati con importanti collaboratori come Tim Ray (pianista di Aretha Franklin e attuale direttore artistico di Tony Bennet), Lihi Haruvi al sassofono soprano, Jesse Williams al basso, lo storico percussionista world jazz Jamey Haddad (Esperanza Spalding, Paul Simon, Dave Liebman), e last but not least Jorge Perez-Albela, marito di Sissy, alla batteria e cajon. Special Guests, oltre Puccio Castrogiovanni, Claudio Ragazzi alla chitarra acustica, Fabio Pirozzolo ai tamburi siciliani, Marcus Santos alle percussioni, più un quartetto d’archi e un gruppo vocale. Una produzione di lusso, “benedetta” dalla bacchetta magica di Rob Griffin, plurivincitore di Grammy e storico sound engineer di Wayne Shorter e Herbie Hancock.

«Trump ha favorito il diffondersi del contagio, delle menzogne, delle differenze razziali. Contiamo che Biden ci restituisca pace e solidarietà»

Al centro dell’album, come suggerisce il titolo, da buon siciliana Sissy mette la Madre Terra: «È un inno alla stupefacente intelligenza e millenaria saggezza della Terra, che risiede anche nei nostri corpi, nelle nostre menti e nei nostri cuori». Quella Terra minacciata dai disastri ambientali provocati dall’uomo e dimenticata dalla politica dell’ultimo residente alla Casa Bianca. È anche per questo motivo che Sissy Castrogiovanni non nasconde il sui sollievo per la sconfitta di Donald Trump. «Al di là di qualsiasi pensiero politico, un presidente è un punto di riferimento, un modello da seguire per una nazione. Lui era un esempio negativo», commenta. «Se oggi subiamo la terza ondata di Covid è perché molti se ne sono fregati imitando un presidente che non usava la mascherina. Trump ha favorito il diffondersi del contagio, delle menzogne, delle differenze razziali e sociali. Contiamo che Biden ci restituisca verità, pace e solidarietà».

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