Solidarietà e musica:
il viaggio di Valeria
a Kilis, città di confine
tra Siria e Turchia

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«Il tempo che ogni giorno impieghiamo a metabolizzare le immagini di morte e di dolore è sempre meno. In un certo senso è come se, bombardata dai media, la nostra sensibilità si stia affievolendo. Sentivo il bisogno di dare a numeri senz’anima volti reali, guardare determinati contesti senza il filtro degli schermi o delle parole»

Cinque giorni al confine tra Siria e Turchia. Cinque giorni faccia a faccia con l’orrore del terrorismo. Cinque giorni di volontariato per scoprire se qualcosa di concreto per gli altri si può fare, magari anche utilizzando un linguaggio universale come la musica. A trasformare l’esigenza di Valeria Caponnetto in realtà ci ha pensato l’associazione no profit Time4Life International, che da anni aiuta i bambini in difficoltà e le loro famiglie in diverse parti del mondo. Valeria, che è di Paterno, in provincia di Catania e ha 29 anni, ha già costruito una brillante carriera da musicista, vive a Bruxelles ma gira il mondo portando da sola o in orchestra il suono del suo violino barocco. Proprio la flessibilità del suo lavoro le ha permesso di preparare una valigia da 20 kg piena di vestiti, medicine, giocattoli per i bimbi siriani e partire per la sua prima missione. Destinazione Kilis.

LA CITTA’ DEI RIFUGIATI. «Kilis è una città nell’estremo sud della Turchia – spiega Valeria – che nel 2012 ospitava 500.000 profughi siriani. Adesso ci sono tre campi profughi e altri 120.000 rifugiati che stazionano in città, in alloggi di fortuna. La stessa città è stata scenario di guerra. L’Isis aveva valicato il confine turco bombardando la città e facendo strage in una scuola». Al momento l’esercito turco è riuscito a ripristinare i confini, ma lo scenario rimane cupo, con parti della città rimesse a nuovo e parti ancora completamente bombardate. Scopo della missione umanitaria in cui è stata impegnata Valeria è stato quello di offrire assistenza materiale e conforto umano alle famiglie di rifugiati che vertono in condizioni di estrema povertà. «A muoverci eravamo in sei volontari – continua la giovane musicista – provenienti da tutta Italia, ma nessuno ha preso iniziative individuali, soprattutto per la pericolosità della zona ma anche perché lì nessuno parla inglese». A guidare il gruppo è stato Memet, che a Kilis è nato, sebbene abbia vissuto per quindici anni nel nostro paese. «Lo chiamavamo Mimmo e la sua presenza è stata indispensabile per poterci orientare sul territorio».

La posizione di Kilis, al confine tra Turchia e Siria

IL SENSO DI INADEGUATEZZA. Per fare volontariato in zone devastate dalla guerra ci vuole un carattere forte. Il livello di povertà e di disperazione dei rifugiati è altissimo. Valeria racconta di bimbe di pochi anni che accudivano i fratelli neonati come piccole mamme, di bambini sfregiati e ustionati dalle bombe. «In alcuni momenti ero carica di adrenalina, i miei compagni di avventura e i bambini con i loro sorrisi mi rifornivano dell’energia necessaria e sentivo che c’era tanto da fare. Altri giorni però sono stati difficili e non riuscivo neanche ad entrare nelle case di quelle famiglie: arrivavamo noi che ci lasciavamo dietro le nostre vite sicure, con i nostri scarponcini da trekking e gli zainetti e di fronte avevamo persone poverissime, terrorizzate dalla guerra, bimbi scalzi e affamati. È a quel punto che ti assale un senso di angoscia e d’inadeguatezza. Ti senti ridicolo».

Valeria e una piccola rifugiata siriana

L’EFFETTO FARFALLA. Sebbene Valeria sappia benissimo che pochi giorni di missione umanitaria non cambieranno il mondo crede nel cosiddetto “effetto farfalla”. «Con il tuo apporto anche se in minima parte, contribuisci a rendere quel pezzetto di mondo migliore, a renderti migliore». Uno dei momenti più intensi vissuti dalla musicista è stato il suo incontro con la prima famiglia di rifugiati: dieci persone – otto bambini e i loro genitori – che vivevano tutti in una stanza, in condizioni igieniche pessime. Valeria e i suoi compagni sono andati a prendere dei fornelli e delle bacinelle, hanno riscaldato dell’acqua e hanno lavato i bimbi uno a uno. «Appena dopo averla rivestita, una di loro si è rannicchiata su di me e si è addormentata. A seguire ciascuno dei suoi fratellini ha fatto lo stesso con gli altri volontari. Avevano semplicemente bisogno di calore umano».

Alloggi di fortuna per i rifugiati di Kilis

UN’ESPERIENZA DAL VALORE UMANO INASPETTATO. Esperienze come questa creano legami speciali. Valeria parla del calore umano inaspettato che ha ricevuto dalla gente del luogo che ospita con generosità i rifugiati (ormai ci sono più siriani che turchi in città), dai bambini e dalle loro famiglie, che hanno come merce di scambio solo abbracci e sorrisi. «Un feeling davvero particolare è nato con gli altri volontari, con i quali per quei giorni ho condiviso tutto. Dormivamo tutti nella stessa stanza, a casa di Mimmo, e ci facevamo forza nei momenti più pesanti. Ci siamo scambiati riflessioni profonde su quello che stavamo vivendo, ma insieme siamo riusciti a trovare anche spazio per l’allegria e l’ilarità».

Bambini siriani che giocano

PORTARE LA MUSICA AI BAMBINI SIRIANI. Se chiedi a Valeria se ha voglia di rifare un’esperienza simile risponde senza esitare: «Assolutamente sì. Per me questo è stato solo un inizio. Ho voglia di continuare e la prossima volta mi piacerebbe portare la mia musica con me». L’idea è quella di avviare un progetto che abbia come protagonista le note. «Mi piacerebbe coinvolgere i bambini per far loro riscoprire il piacere di giocare con qualcosa di bello, magari utilizzando uno strumento dall’approccio meno ostico del violino. Ne ho parlato con Mimmo e con i capo missione italiani e mi sto già organizzando in modo da tornare a Kilis ad agosto per dare il via al progetto. Spero di farcela».

Alcuni volontari con Memet (Mimmo), il capo missione turco, e i bimbi di Kilis
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