«Sono giunto nel teatro degli eroi e degli dèi»: William Young, l’avventura di un baronetto in Sicilia

Quando parte alla volta dell’isola nel 1771, deviando, tra i primi, dal corso consolidato del Grand Tour che fino ad allora si concludeva solitamente a Napoli, il nobile viaggiatore britannico ha appena 22 anni. Il resoconto di quel viaggio avrebbe fatto storia: perché lo sguardo poetico ma senza fronzoli di quel ragazzo fu in grado di cogliere la Sicilia nella sua essenza. Nel suo essere un puro «incanto» per l’anima. E nel suo profondamente contraddittoria

Circondarsi di meraviglia, abbattere la barriera dell’ignoto, richiede, in fondo, il compimento di un atto di coraggio. La disposizione d’animo alle prove, alle fatiche, agli incidenti di percorso. Ma anche un insurrezionalismo morale ad ogni convenzione. È la storia di tutti i pionieri e del loro viaggio lungo le frontiere. Il destino di uomini insoddisfatti della medietà, della comune condivisione d’immaginario. Disposti a lambire sponde ardite in nome della conoscenza e della curiosità. Personaggi peculiari, che hanno riscritto regole consolidate e prassi affermate. Che hanno raccolto e custodito, con i propri occhi, visioni inedite da consegnare ai posteri. Ma anche impagabili, talvolta persino inconcepibili, ricompense. Quelle che spettano ai viaggiatori impavidi, ai cacciatori d’avventura che vogliono lasciare un segno. I quali, il più delle volte – e non è certo un caso – si sono rivelati dei giovani armati di null’altro se non della loro incoscienza, parafrasando qualcuno. Rampanti esordienti infervorati dal desiderio di scoperta, dal richiamo esotico dell’altrove. E, in questo perimetro alternativo, in questa dimensione d’autentica esplorazione, rientrano perfettamente alcuni originali interpreti della celebre pratica del Grand Tour. Individui eccezionali che hanno declinato in maniera creativa i percorsi canonici, finendo per lasciare tracce laddove, precedentemente, risiedeva soltanto un’eco lontana e frammentaria. Uno di questi fu, senza dubbio, Sir William Young, primogenito di una famiglia abbastanza prestigiosa coinvolta dal governo inglese nell’amministrazione delle Indie Occidentali, nato nel 1749 e attivo protagonista della politica inglese a cavallo tra XVIII e XIX secolo. Il suo nome, non certo in voga presso il grande pubblico, è legato fortemente proprio alla Sicilia, che nel 1772, dopo esser partito l’anno precedente, esplorò con cura e con passione. E con le stimmate di un’esperienza quasi unica: fu, infatti, tra i primissimi a varcare i confini dell’isola, benché il protocollo non scritto dell’epoca prescrivesse di fare di Napoli l’ultima tappa dell’itinerario da Grand Tour. La sua intraprendenza e la sua determinazione nel voler conoscere la nostra terra – insieme a quella di pochissimi altri, per lo più suoi contemporanei, aprì la strada a Goethe e alla feconda stagione dell’800, in cui la Sicilia divenne progressivamente una meta imprescindibile. Il resoconto della sua permanenza siciliana, stampato in un numero davvero limitato di copie, prese, al suo ritorno, il nome di A Journal of a Summer’s Excursion, by the Road of Montecasino to Naples, and from thence over all the Southern parts of Italy Sicily, and Malta, in the year 1772.

In lungo e largo per la Trinacria, Young si dilettò, tra luglio e settembre, a contemplare le sue unicità paesaggistiche e architettoniche. E se non stupisce certo la sua scalata all’Etna – anche questa destinata a diventare un modello da emulare – lo fa, piuttosto, il suo desiderio di immersione in luoghi lontani dalle mappe più comuni. Lo si vide attraversare le vie di Capo Passero, così come quelle di Licata, approdo propedeutico all’immancabile visita alla Valle dei Templi di Agrigento. Il tutto prima di approdare a Palermo, dove pare che Young abbia iniziato ad approntare i suoi appunti e a “cucire” le parti che poi avrebbero costituito il diario. E proprio dalla necessità di fermarsi, di cristallizzare nella mente quegli scenari pressoché inviolati agli occhi di uno straniero, nacquero diverse riflessioni interessanti, frutto naturalmente della temperie culturale dell’epoca, ma capaci altresì di proiettare la propria influenza su ciò che sarebbe venuto dopo. Sul modo di intendere il pittoresco, il valore incommensurabile delle antiche vestigia, sulla responsabilità, che onora e grava le comunità, di essere all’altezza di tale storia. Perché di certo Sir Young seppe affondare lo sguardo nelle sfumature più intime e profonde della Sicilia. Nei suoi irrisolvibili cortocircuiti. Nell’anima più pura di una terra che lo portò, rivolgendosi alla madre, a scrivere: «Ancora una volta, mia cara signora, vi saluto dal continente dopo aver detto infine un riluttante addio all’incantevole Sicilia, un Paese per il cui bene la verità e la finzione si sono unite insieme, e a causa di ciò ancor ora sembra poco certo se eroi o dèi, sapienti o pastori debbano avere il premio per aver fatto questo teatro universale: il bel contrasto tra selvaggio e sereno, la varietà e il rigoglio della vegetazione e, in una parola, gli incantesimi che la più squisita pastorale dovrebbe descrivere sono deboli cose a paragone dello scenario naturale di quest’isola incantata… Questa è la Sicilia. Quali bellezze!». Ma che, contestualmente, gli lasciò l’amaro in bocca, dopo aver constato, con una punta di campanilismo, da britannico fiero di quel Paese divenuto faro della modernità in Europa, quanto alcuni fossero indifferenti a tale bellezza: «Se volessi tentare – scrive a proposito dell’assetto politico e sociale isolano – di dare forma al più infame e miserabile dei Paesi, dipingerei una tirannia feudale ed ecclesiastica, unite per opprimere una moltitudine di vassalli, i quali, disperati a causa di un incerto domani, ingrati nei confronti dei propri benefattori, malvagi verso i giusti, si ritrovano a baciare nessun’altra mano, se non quella che regge il loro bastone. E dipingerei i ricchi ecclesiastici, Zeloti voluttuosi». Non è forse, il ritratto senza appello del giovane baronetto, un’anticipazione dell’epopea letteraria de I Viceré? O uno spunto dal sapore gattopardesco?

Si concluse lontana, la vita di Sir Young. Nel 1815, a Tobago, nei Caraibi, dove era stato nominato governatore. Ai confini di un altro mondo ancora da scoprire. Ma il suo racconto siciliano – pubblicato nel 1774 e giunto poi alle alte sfere del governo inglese, che lo giudicarono come uno dei migliori mai prodotti, almeno in terra britannica – rimase come una traccia indelebile del suo passaggio. Come una cronaca poetica ma senza fronzoli che, ancora oggi, letta in controluce, sa ritagliarsi uno spazio di attualità.

(Immagine in copertina realizzata con OpenAI)

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Giornalista, laureato in Lettere all'Università di Catania. Al Sicilian Post cura la rubrica domenicale "Sicilitudine", che affronta con prospettive inedite e laterali la letteratura siciliana. Fin da giovanissimo ha pubblicato sulle pagine di Cultura del quotidiano "La Sicilia" di Catania.

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