Squarciare il velo della menzogna: la filosofia per combattere la mafia

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Un filo rosso unisce il giudice Giovanni Falcone, di cui oggi ricorre la tragica morte, e il filosofo del V sec. Parmenide: l’esercizio del pensiero critico come strumento di libertà. Oggi, come allora, è nostro dovere tenere acceso questo motore rivoluzionario

C’è una parola che lega l’origine della filosofia alla lotta alla mafia: aletheia. Tradotta con “verità”, significa più propriamente “svelamento” e “rivelazione”. La filosofia è ricerca continua che smaschera le apparenze e le mistificazioni. Da Don Pino Puglisi a Giovanni Falcone, fino al meno ricordato Hiso Telaray: la lotta antimafia cos’è anzitutto se non lotta per la libertà di pensare, dire e mostrare che un’altra realtà è sempre possibile? Un prete di periferia che toglieva i ragazzi dalla strada; un magistrato che domandava «perché» in una realtà che rispondeva «menza parola»; un bracciante che si opponeva al caporalato in un contesto dov’era considerato legge. Oggi, 23 maggio, ricordiamo 27 anni dalla strage di Capaci dove perse la vita il giudice palermitano insieme alla moglie e a tre uomini della scorta. Da “Pizza connection” al “Maxiprocesso”, Falcone ha squarciato il velo tarmato che copriva Cosa Nostra, sollevando polveroni su prassi e volti fino a quel momento intoccabili. Pare che fu proprio il suo prof. di filosofia, Franco Salvo, a istillargli il culto costruttivo del dubbio. «A scuola avevo un professore di filosofia che voleva sapere se, secondo noi, si era felici quando si è ricchi o quando si soddisfano gli ideali. Allora avrei risposto: quando si è ricchi. Invece, aveva ragione lui», dichiarò in un’intervista.

C’è chi pensa che per abolire la mafia basta non pagare i parcheggiatori abusivi, o fare comizi e premiare le forze dell’ordine, o, ancora, erigere statue sopra aiuole di fiori da riannaffiare per le foto ufficiali. C’è, accanto a questi necessari gesti, uno ancora più radicale ma silenzioso: l’educazione al pensiero. La filosofia lotta contro la mafia insegnando a pensare criticamente, che è qualcosa in più del pensare da divano della domenica. Pensare è scomodo; semmai, è da lunedì. Critico, dal verbo greco krino significa “separare” e indica la facoltà di scelta, giudizio, discernimento: solo il pensiero ci rende liberi di scegliere perché insegna a guardare in faccia la realtà e agire in vista di utopie che, mentre si macchiano del sangue dei loro martiri, trovano gambe su cui camminare e strade per realizzarsi. Un comportamento omertoso che vieta la giustizia, pena la morte cruenta, è antifilosofico. Mafia è l’esatto opposto di filosofia perché questa è esercizio al pensiero, il vero motore rivoluzionario della storia che non possiamo rischiare di spegnere. Oggi, forse più che mai, sommersi da verità prêt-à-porter, abbiamo bisogno di letture che scuotano le menti, che guidino all’esercizio del pensiero critico. La filosofia fa il suo ingresso quando non si assume più il mondo come dato ma ci si interroga sul perché di quel che accade e circonda: essa non è possedimento risoluto di verità ma continua ricerca, per cui è critica, aperta, libera e vitale. Nel poema del filosofo campano, la dea della giustizia presenta a Parmenide di Elea due vie: una, luminosa, che porta alla verità (aletheia), l’altra buia che conduce all’opinione (doxa) e che sono soliti seguire i più. La lotta per la verità consacra al divino, nel V secolo come nel 1992, allora come ora.

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