«Superare il dolore per cercare la verità»: a Catania il docu-film su Giulio Regeni
Un lavoro carico di dignità e di umanità, quello diretto da Simone Manetti, capace di ricostruire la complessa storia dell’uccisione del ricercatore italiano non soltanto dal punto di vista giudiziario, ma anche politico e sociale. Proiettato al dipartimento di Agricoltura, Alimentazione e Ambiente dell’Università di Catania – nell’ambito dell’iniziativa “Le università per Giulio Regeni” – il lavoro si trova al centro delle cronache nazionali non solo per il caso delle sovvenzioni negate dal Ministero della Cultura, ma anche perché tiene accesi i riflettori su una questione che forse, a dieci anni di distanza, si avvicina ad una sentenza
Ciò che più sorprende del docufilm Giulio Regeni – Tutto il male del mondo è il suo modo di comunicare sobrio e asciutto. Il documentario racconta la tragedia del ricercatore italiano torturato e ucciso in Egitto nel 2016 senza indugiare mai nella spettacolarizzazione del dolore, e realizza una documentazione fedele e lineare. Non insiste mai – fatto assai raro nell’Italia della cronaca nera e del dolore altrui consumati come cronaca rosa – sugli aspetti più macabri e truculenti, per esempio sul viso tumefatto di Giulio Regeni, che la madre riconobbe solo «dalla punta del naso», e dove aveva intravisto «tutto il male del mondo».
Il documentario diretto da Simone Manetti, dopo essere stato distribuito nei cinema italiani nel febbraio di quest’anno, è al centro dell’attenzione nazionale. Sono nate forti polemiche per la scelta di una commissione del Ministero della Cultura di non assegnare a Tutto il male del mondo i fondi pubblici per cui aveva fatto domanda. Dopo le dimissioni di alcuni membri della commissione, il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha licenziato due fra i suoi più stretti collaboratori, suscitando la perplessità del ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, il più importante esponente di Fratelli d’Italia tra i ministri.
Nel frattempo ha riscosso ampio successo l’iniziativa “Le Università per Giulio Regeni”, una maratona di proiezioni del docufilm cui hanno aderito quasi tutti gli atenei italiani, promossa dalla Senatrice a vita Elena Cattaneo. Tra questi, anche l’università di Catania, presso la quale il documentario è stato proiettato al dipartimento di Agricoltura, Alimentazione e Ambiente, con la partecipazione dell’autore Emanuele Cava.
«Abbiamo cercato di ricostruire più aspetti della storia: quello giudiziario, che ci interessava molto, ma anche quello economico, geo-politico, sociale, e umano. Ci sono tanti filtri»
Emanuele Cava, autore di “Giulio Regeni. Tutto il male del mondo”
LIBERI DI RACCONTARE. Cava ha spiegato che ha scelto di «non creare nessuna sovrastruttura registica» cioè di non aggiungere alcuna enfasi cinematografica, in generale di non premere sul pedale del patetismo o dell’effetto-martire. Per questo non c’è nessuna foto di Regeni, raffigurato di spalle anche nella locandina del documentario, e perfino la narrazione è affidata non a una voce narrante ma allo stesso pubblico ministero che ha svolto le indagini. L’effetto è straniante, il linguaggio burocratico del processo si fa miracolosamente più umano, e la narrazione rigorosissima, quasi scientifica. Una tale libertà artistica, dice Cava, viene dal fatto che «non avevamo editore e quindi esigenze editoriali da rispettare» ma soprattutto «pensavamo alla famiglia di Giulio Regeni come nostro primo pubblico» Infatti i genitori di Giulio Regeni, Claudio e Paola Deffendi, nei 10 anni di commemorazioni e battaglie per la ricostruzione della verità si sono sempre distinti per la loro riservatezza e per la dignità del loro dolore, mai scomposto e avaro di apparizioni televisive. Ma soprattutto grazie alla loro incessante attività si deve la mobilitazione senza precedenti che ha impedito che si smettesse di parlare dell’omicidio di Giulio Regeni.
IL SENSO DI UNA VITA. A Catania i genitori di Giulio non erano presenti, ma hanno lasciato un videomessaggio di ringraziamento. In un passaggio del loro discorso hanno detto che «non è stato facile partecipare alla realizzazione del documentario» ma che lo hanno fatto «perché bisogna superare il dolore per portare avanti la ricerca della verità». Un messaggio semplice, comunicato con la solita dolorosa dignità, ma in grado di dare significato a un’esistenza, un significato inconcepibilmente grande, «capace di affrontare anni di ostracismo di 6-7 governi italiani, di commenti di chi dice che Giulio Regeni se l’è cercata, di chi crede che giungere a una verità sia impossibile» ha detto Cava.
UNA NARRAZIONE ELABORATA. In 100 minuti Tutto il male del mondo riesce nell’impresa non facile di restituire una vicenda assai complessa. «Abbiamo cercato di ricostruire più aspetti della storia: quello giudiziario, che ci interessava molto, ma anche quello economico, geo-politico, sociale, e umano. Ci sono tanti filtri». Il contesto è l’Egitto cinque anni dopo le proteste contro Mubarak, l’Egitto del regime autoritario di al-Sisi, definito più volte paranoico, ossessionato com’è dalla paura delle spie e del dissenso. Per una spia al servizio della CIA fu scambiato Giulio Regeni, ricercatore di 28 anni, dottorando all’Università di Cambridge che studiava il sindacalismo indipendente dei venditori ambulanti. Regeni scomparve il 25 gennaio 2016, in coincidenza con il quinto anniversario della primavera araba. Il suo corpo venne ritrovato il 3 febbraio successivo lungo l’autostrada tra Il Cairo e Alessandria, portando i segni di atroci torture inflitte per 9 giorni con bastoni, coltelli e mazze. Le indagini hanno ricostruito che il ricercatore era stato denunciato ai servizi segreti da Mohammed Abdallah, leader del sindacato degli ambulanti con cui Giulio era entrato in contatto per i suoi studi.
LA VICENDA GIUDIZIARIA. Dopo l’omicidio, l’Egitto è stato accusato di aver messo in campo numerosi depistaggi, e di aver ostacolato costantemente la collaborazione con la magistratura italiana. Inizialmente fornì diverse versioni false, parlò di un incidente stradale, una rapina, un omicidio maturato nell’ambito di una relazione omosessuale o un regolamento di conti tra trafficanti di droga. Solo dopo molti mesi dalla scomparsa, l’Egitto ha ammesso che la polizia aveva effettivamente indagato su Giulio prima del suo sequestro. La rottura diplomatica causata dal corpo di Regeni oggi sembra definitivamente chiusa: l’Italia ha diversi interessi nel paese, dove ci sono varie aziende italiane. La principale è l’Eni, la più importante società energetica italiana, che è in Egitto dal 1954. L’attuale governo italiano ha insistito sulla necessità di cooperare con il regime di al-Sisi proprio sull’energia (già il governo di Mario Draghi aveva concordato un aumento delle importazioni di gas naturale dall’Egitto). Il paese nel 2024 è stato inserito nell’elenco dei paesi cosiddetti “sicuri”, quelli che secondo il governo rispettano libertà e diritti civili e hanno un orientamento democratico.
VERSO LA FINE DEL PROCESSO. Oggi, a distanza di 10 anni, il processo sull’omicidio è in una fase decisiva, e la sentenza potrebbe arrivare tra giugno e luglio, ma in caso di repliche potrebbe slittare a settembre. Dopo una prolungata situazione di stallo causata dal rifiuto delle autorità egiziane di collaborare e fornire gli indirizzi necessari per notificare gli atti ai quattro agenti dei servizi segreti egiziani indagati, la svolta del processo è arrivata nel settembre 2023. Allora la Corte Costituzionale ha stabilito che in casi di eccezionale mancata cooperazione dello Stato estero il procedimento può proseguire anche senza la notifica agli imputati. Grazie a questa decisione il dibattimento è iniziato a Roma nel febbraio 2024, ma ha subito una nuova battuta d’arresto nell’ottobre 2025, ed è ripreso ufficialmente il 24 febbraio 2026.
(In copertina: Ph. Alisdare Hickson)
L’EVENTO
La proiezione ha avuto luogo nell’aula magna del Dipartimento di Agricoltura, Alimentazione e Ambiente dell’Università di Catania. La Prorettrice dell’Università di Catania, Lina Scalisi e il direttore del Dipartimento Mario d’Amico hanno portato i saluti istituzionali, mentre la professoressa Alessandra Gentile, referente Unict dell’iniziativa “Le università per Giulio Regeni” ha introdotto il dibattito successivo alla proiezione. A moderarlo è stato A moderare il dibattito è stato Giorgio Romeo, direttore del Sicilian Post e presidnte della Fondazione Giornalismo Mediterraneo. Gli interventi sono stati di Valentina Gruarin, dottoranda di ricerca in Scienze politiche impegnata su temi vicini a quelli studiati da Giulio Regeni, e di Emanuele Cava, autore del documentario.
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