Tomonaga, memorie di un sopravvissuto: «La mia Nagasaki sarà l’ultima città colpita da un’atomica?»
Quando gli ordigni nucleari vennero sganciati sul Giappone, quello che oggi è il vicepresidente del comitato delle Nazioni Unite per lo studio degli effetti di una guerra nucleare aveva appena due anni. Da allora, di anni ne sono trascorsi quasi 81 e proprio dalla Terra del Sol Levante sono giunte a Catania testimonianze, riflessioni sui risvolti geopolitici attuali e origami di speranza che ci interrogano su un mondo sospeso tra pulsione di morte e possibilità di dialogo
«Ho 83 anni e sono un sopravvissuto alla bomba atomica. Sono passati quasi 81 anni da quel 9 agosto, quando distrusse la mia Nagasaki. Vedere da vicino la sofferenza mi ha profondamente colpito. Per questo ho deciso di dedicare la mia vita allo studio degli effetti a lungo termine delle radiazioni e alla cura dei sopravvissuti che hanno sviluppato tumori». A parlare è Masao Tomonaga, professore emerito della facoltà di Medicina dell’Università di Nagasaki e vicepresidente dell’Indipendent Scientific Panel on the Effects of Nuclear War delle Nazioni Unite. Tomonaga è intervenuto di recente a “La mia attività per la pace e l’amore per l’umanità”, un evento promosso dal Centro Culturale di Catania con il patrocinio UniCt, svoltosi presso l’Orto Botanico di Catania. La sua testimonianza – condivisa da remoto a causa di un malore improvviso – acquista un valore ancora più significativo alla luce dei risvolti violenti dell’attualità. «Racconto questa storia non solo per ricordare il dolore del passato, ma per affermare con forza l’importanza di proteggere la pace e impedire l’uso di armi così disumane». Presente Wakako Saito, dell’Università di Aichigakuin in Nagoya: «Noi giapponesi siamo l’unico popolo al mondo ad essere stato colpito dalla bomba atomica. Oggi vi porto il desiderio di pace mio e dei giapponesi affinché non ci siano più altre Hiroshima e Nagasaki».

11:02. Tomonaga aveva soltanto 2 anni: «Quella mattina ero a letto con la febbre – racconta -. La potenza della bomba atomica si diffuse in tre forme: onda d’urto, raggio termico, radiazione. Casa nostra crollò ma mia mamma riuscì a salvarmi e a scappare in un tempio vicino. Per fortuna la ferrovia funzionava ancora così la mattina dopo raggiungemmo Omura, una città rurale a 60 km da Nagasaki, dove vivevano i miei nonni». Nel frattempo, sotto quell’incredibile invenzione umana, Nagasaki bruciava annichilendo ogni forma di vita. «Una scuola elementare semidistrutta venne trasformata in un centro di pronto soccorso ma non erano quasi necessari sangue, medicine e cibo perché la gente moriva subito». Oltre 200mila in totale i morti diretti, innumerevoli quelli per radiazioni. Una potenza di morte mai immaginata. La sua casa, spiega l’ematologo, si trovava a circa 2,5 km dall’esplosione. «Per molti anni non ho avuto problemi, ma a 76 anni ho sviluppato un tumore alla prostata».
«Sin dai tempi antichi l’umanità ha tessuto storie, ora sembra impegnata a distruggere quelle degli altri. Dove ci stiamo dirigendo? Come siamo arrivati ad un mondo così triste?»
Masao Tomonaga

HIBAKUSHA. In Giappone li chiamano così: non «sopravvissuti» ma «persone colpite dalla bomba». Perché qui vivere non significa essere salvi ma esistere dentro la ferita. Hibakusha è questo: non chi è scampato ma chi è stato attraversato dalla catastrofe e vive ancora. «Ancora oggi ad agosto molte persone non dormono e perdono appetito. Avvicinarsi al loro cuore è molto difficile». Il ricordo di quel trauma e di ciò che ne derivò affiora all’improvviso e paralizza. Gli fanno eco le parole di Saito: «Non è soltanto un fatto storico, ma una minaccia reale. Il mondo è nel caos, per questo noi oggi siamo qui». Tomonaga siede nel panel scientifico indipendente dell’Onu incaricato di studiare le conseguenze di un eventuale conflitto nucleare: il rapporto finale sarà presentato nel 2027. Tre le possibilità analizzate: l’uso del nucleare su aree limitate come nel caso di Hiroshima e Nagasaki, una guerra nucleare regionale, come quella che potrebbe scoppiare tra India e Pakistan e la guerra nucleare totale, come conflitto tra Stati Uniti e Russia. «Uno scenario così estremo segnerebbe la fine della società umana. Nagasaki sarà davvero l’ultima città colpita da una bomba atomica?». L’interrogativo tuona per le due stanze gremite dell’Orto Botanico e colpisce donne, uomini e tutti i giovanissimi presenti, pietrificati nelle poltrone. «Sin dai tempi antichi l’umanità ha tessuto storie, ora sembra impegnata a distruggere quelle degli altri. Dove ci stiamo dirigendo? Come siamo arrivati ad un mondo così triste?».
OLTRE IL TANATOCENE. Per Saito la necessità delle armi nucleari nasce dalla sfiducia reciproca dei Paesi. Un concetto può aiutarci ad entrare in profondità nel messaggio dei due fieri giapponesi. È un concetto già presente nell’agrigentino Empedocle ma che gli storici prendono in prestito dalla psicanalisi: l’opposizione tra Eros e Thanatos. Da una parte la pulsione sessuale, anche nelle sue forme sublimate, che unisce e spinge all’autoconservazione; dall’altra la pulsione di morte che separa e distrugge. Le guerre, che hanno dilaniato il secolo scorso e che allungano i tentacoli sul presente, sono il prodotto di una rottura dell’equilibrio pulsionale umano: Thanatos sembra aver sottratto terreno a Eros, la pulsione di vita. Lo scenario contemporaneo pare confermare quanto teorizzato da Freud negli anni Venti circa le pulsioni umane e dare ragione agli storici dell’ambiente che, tra le definizioni di Antropocene – l’era geologica in cui viviamo determinata dall’attività umana – propongono quella di Tanatocene. Questa è l’era sovrana di Thanatos. Hiroshima e Nagasaki restano la testimonianza più cruenta di come la potenza dispiegata dall’uomo si sia tradotta, nel XX secolo, in un ecocidio. E se i risultati furono tanto distruttivi è perché la guerra stessa e l’istinto di distruzione divennero ideologia. Mentre sosteniamo il mito della crescita economica, impariamo a distruggerci. L’economia bellica è un paradosso. Scopriamo che esiste un parola hibakusha per tutti gli alberi che sono rinati dalle radici: hibakujumoku. Ma quante volte possiamo chiedere ad una vita di rifiorire?
«È difficile perdonare. Occorre trovare nel dolore anche la parte buona, l’occasione per crescere. E lasciarsi abbracciare dal mistero. Solo avere paura non va bene, occorre capire quello che succede. Il miracolo accade se dentro di noi abbiamo pace, solo così creiamo le condizioni»
Wakako Saito

DIN DON DAN DI SPERANZA. «La soluzione per il male dell’umanità – non perde la speranza Saito – sono il dialogo e la costruzione della fiducia». La docente, che insegna anche all’Università Cattolica di Milano, non smette di inchinare la testa e il suo sorriso generoso apre le porte del possibile. «Lo scorso anno, nell’80esimo anniversario, è successo un miracolo. Con il lancio della bomba atomica, la cattedrale di Nagasaki aveva perso una delle sue due campane. La cattedrale fu ricostruita ma con una sola campana, quella ritrovata tra le macerie. Per tutto questo tempo lo spazio destinato all’altra era rimasto vuoto. Grazie ad un cattolico giapponese questa storia ha raggiunto Nolan, docente americano e nipote di uno scienziato del progetto Manhattan. Nolan ha girato l’America per sensibilizzare sulle conseguenze del nucleare. La campana distrutta è stata ricostruita con i fondi che ha raccolto». Dal 9 agosto 2025 le due campane suonano di nuovo insieme. «Anche di questo è capace l’uomo». Wakako recita commossa i versi di una poesia del medico Takashi Nagai: «Che possano portare il suono della pace fino al mattino della fine del mondo. Umanità non pianificare la guerra». Silenzio, non si riesce neanche ad applaudire. A lei, che è esperta di dialogo tra le religioni, chiediamo se quelle di oggi siano guerre di religione. «Chi le definisce così deve ancora capire cos’è l’amore. Io sono buddista e molti non comprendono come faccia ad avere tanti amici cristiani. Nel dialogo con il diverso capisco più profondamente chi sono».
ORIGAMI DI PACE. Sono parole-medicina che ci aiutano a ridare spazio a Eros, quel principio di coesione. Saito ha avuto il coraggio di parlare di amore, speranza e perdono e lo ha fatto in nome suo e del suo popolo, un popolo che ha sofferto tanto. Com’è possibile perdonare senza mancare di rispetto al proprio dolore? «È difficile. Occorre trovare nel dolore anche la parte buona, l’occasione per crescere. E lasciarsi abbracciare dal mistero». Cosa ci aspetta? «Solo avere paura non va bene, occorre capire quello che succede. Il miracolo accade se dentro di noi abbiamo pace, solo così creiamo le condizioni». Secondo una credenza giapponese, chi piega più di mille uccelli gru vede realizzarsi il proprio desiderio. Sadako Sasaki ha 11 anni quando si ammala di leucemia. Riempie l’ospedale di origami con le ali, affidando loro il desiderio di guarigione. Muore a 12 anni. Da allora, al Parco della Pace di Hiroshima giungono da ogni parte del mondo gru di carta. Saito solleva un cestino, dentro coloratissimi origami: «Da Hiroshima a Catania la nostra preghiera per la pace». Fragile, maneggiare con cura. Come l’amore, come la vita.
(Immagine in copertina: Statua della Pace, opera di Seibo Kitamura – Parco della Pace di Nagasaki, a pochi passi dall’epicentro del bombardamento atomico del 9 agosto 1945. La mano destra levata avverte della minaccia nucleare, la sinistra distesa invoca la pace. Nel parco, oltre ad un museo, è presente un memoriale con migliaia di origami a forma di gru deposti annualmente come simbolo internazionale di memoria e di pace. Ph. Soon Koon | Flickr).
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