In occasione della giornata mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile, istituita 2002, ricordiamo il dramma dello sfruttamento subito da molti bambini e ragazzi siciliani costretti a lavorare in miniera

«Matri / chi mannati li figghi / a la surfara iu vi dumannu / pirchì a li vostri figghi / ci faciti l’occhi si nun ponnu vidiri lu jornu?». Nella sua poesia A li matri di li carusi, Ignazio Buttitta ha tristemente fotografato una delle pagine più tristi della storia siciliana che vide il suo inizio a cavallo tra Ottocento e Novecento e che si protrasse fino alla fine degli anni ’70. Oggi, in occasione della giornata mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile, ricordare la tragedia dei tanti carusi finiti a lavorare nelle miniere di zolfo, appare doveroso, soprattutto alla luce del fatto che situazioni analoghe siano ancora all’ordine del giorno in tante parti meno fortunate del mondo.

UN PO’ DI STORIA. Nella Sicilia centrale, tra le province di Caltanissetta, Enna e Agrigento, arrivando anche a quella palermitana, erano presenti la maggior parte delle cave di zolfo. Il minerale, molto richiesto per la produzione di polvere da sparo era venduto soprattutto a Francia e Inghilterra nel XIX secolo, periodo di culmine nella circolazione di questa materia prima pagata col prezzo di vite umane. Nel lavoro di estrazione veniva impiegata anche la manodopera minorile, fenomeno che vide la fine negli anni ʼ70 del 1900, quando le miniere furono chiuse. All’origine del dramma dei carusi, lo stratagemma del “soccorso morto”: una somma in denaro di circa 100-150 lire, data in prestito alle famiglie dei ragazzi, poi costretti a saldare il debito con il proprio lavoro in miniera. Impossibile, per questi bambini e ragazzi tra 6 e 18 anni , estinguere quel debito con la misera paga a loro corrisposta, creando così un vincolo difficile da sciogliere.

IL RACCONTO DELL’ARTE. Nel corso di quasi due secoli furono tanti i carusi sfruttati nelle profondità della terra siciliana, condizione descritta nel libro-inchiesta La Sicilia nel 1876 di Franchetti e Sonnino: il loro lavoro nelle gallerie arrivava anche a 10 ore al giorno, in cui trasportavano i carichi di zolfo sulla propria schiena, fino a 25 kg per i più piccoli e 80 kg per i ragazzi. Una lunga serie di viaggi dal buio dei cunicoli caldi, schiacciati dal peso dei sacchi, alla superficie, dove scaricavano lo zolfo nei carrelli che altri ragazzi trasportavano fino ai calcaroni, le fornaci in cui fonderlo. Condizioni di lavoro dure e opprimenti,  che hanno ispirato anche diverse opere, a cominciare da I carusi di Onofrio Tomaselli realizzata nel 1905 e oggi esposta alla Galleria d’arte moderna Sant’Anna di Palermo. Renato Guttuso, che di Tomaselli fu allievo, realizzò in seguito La zolfara. Le cave nelle viscere della terra sono ben presenti anche nell’immaginario letterario: basti pensare alle novelle Il fumo e Ciàula scopre la luna di Luigi Pirandello, Rosso Malpelo di Giovanni Verga. Le zolfare sono anche protagoniste del resoconto di viaggio Le parole sono pietre di Carlo Levi e del più noto libro di Leonardo Sciascia Le parrocchie di Regalpetra. «Giovinetti, quasi fanciulli – scrive lo scrittore di Racalmuto parlando dei carusi –  a cui più si converrebbero e giocattoli, e baci, e tenere materne carezze, che prestano l’esile organismo all’ingrato lavoro per accrescere poi il numero dei miseri deformi».