«La bellezza della giovane era così originale, così straordinaria, che nessuna lingua umana avrebbe potuto trovare le parole per esprimerla, né tanto meno per lodarla a sufficienza. Si vociferava persino che, per un mai visto prodigio di fecondazione dell’umidità celeste, non il mare questa volta, ma la terra avesse dato alla luce una seconda Venere, ricca del fiore della purezza». Le parole con cui l’autore latino Apuleio, proprio nel mezzo della sua opera più riconosciuta, Le Metamorfosi, introduce la celebre e struggente storia di Amore e Psiche somigliano quasi ad una carezza. Tenere, delicate, trasognanti, languide come gli occhi della fanciulla al quale neppure il dio del sentimento in persona seppe resistere. Verrebbe persino naturale, inconscio, soprassedere al fatto che si tratta, in fondo, di un intermezzo narrativo. Che il compimento dell’opera non trae giovamento dalla loro travagliata riconciliazione. Che ad un certo punto lo smarrito lettore sarà costretto ad abbandonare le sorti di quella coppia unita dal fato. Ma è proprio questo, spesso, il fascino della letteratura: la capacità di sedimentare sé stessa. Di essere storia nella storia. Di trasformare l’apparente vezzo di un inciso nell’imponenza di un pilastro tratto fuori dalla pietra. E, anzi, sono proprio queste deviazioni, questi blocchi estraibili, queste sospensioni momentanee del flusso narrativo, questi legami solo vagamente percepibili, a dare forma, peso, all’intero insieme. Marmeladov, per esempio: in Delitto e castigo di Dostoevskij il suo passaggio è certamente intenso, ma anche altrettanto fugace. Eppure il suo nome ritorna più volte, il suo ricordo si fa largo tra i gesti di coloro che spingono in avanti l’intreccio e la sua drammatica vicenda non smette ancora oggi di travalicare i confini del romanzo in cui è nata, tra citazioni e riscritture. Anche in Sicilia, facendo capolino nel mondo del cinema, esiste un illustre modello di storia nella storia. Il suo narratore è un vecchio addetto alle proiezioni del cinematografo di paese. È cieco, ma giura di vederci benissimo. Non si separa mai dal suo bastone, dalla scurzitta e dal giovane Totò, il guascone che è diventato il suo figlio putativo. È Alfredo, uno degli straordinari personaggi di Nuovo Cinema Paradiso (1988). A lui Tornatore fa tessere il canto di quella che a tutti gli effetti appare come una fiaba slegata da ogni tempo e da ogni luogo. E che, invece, rappresenta una delle chiavi di lettura dell’intera pellicola. La storia del soldato e della principessa.

L’irruzione in scena di questi due singolari archetipi è estremamente repentina, senza alcun preavviso. Alfredo sembra voler semplicemente lenire le pene di Totò, che non si dà pace pensando ad Elena. Ma immediatamente, seduti su un gradino sporgente da uno dei tanti vicoli di paese, entrambi si rendono conto che le ammalianti peripezie del soldato che alla festa indetta dal Re si innamora perdutamente di sua figlia e decide di votarsi completamente a lei per il resto dei suoi giorni celano qualcosa di profondo. E anche, in un certo senso, di perturbante. Perché quell’umile amante trova persino il coraggio di rivolgerle la parola. E l’appiglio ad un’inattesa speranza: «Finalmente, un giorno riuscì a incontrarla e ci disse che non poteva più vivere senza di lei. E la principessa fu così impressionata del suo forte sentimento che ci disse al soldato: “Se saprai aspettare cento giorni e cento notti sotto il mio balcone, alla fine, io sarò tua!”». Davvero, il soldato, sotto quella finestra consuma sé stesso. La pioggia lo inzuppa, la neve gli incrina le ossa e le api lo divorano. Solo il suo cuore, incrollabile, rifiuta di cedere alla furia del tempo. O, almeno, così sembra. «Dopo novanta notti era diventato tutto secco, bianco e ci scendevano le lacrime dagli occhi – conclude Alfredo – e non poteva trattenerle ché non aveva più la forza manco per dormire… mentre la principessa sempre che lo guardava. E arrivati alla novantanovesima notte il soldato si alzò, si prese la sedia e se ne andò via». «Ma come!? – lo incalza incredulo Totò- proprio alla fine?». «Proprio alla fine. E non mi domandare qual è il significato, – è il commento laconico di Alfredo – io non lo so». Dietro la quarta parete sfondata in maniera così raffinata, a bocca aperta come il giovane apprendista del cinematografo, ci sono tutti gli spettatori. Che si arrovellano, si struggono, increspano le corde dell’anima per l’insensata scelta del soldato. A quale morale vuole lasciarci approdare questo exemplum? Una interpretazione ci viene proprio da Totò, che qualche tempo dopo, rientrato in Sicilia dalla leva militare, decide di riprendere il discorso proprio da dove era stato interrotto. Provato dalla sua storia personale, dal senso di abbandono per la perdita dell’amata, trasferitasi chissà dove, rivolge al proprio mentore questa sentenza: «Ora ho capito perché il soldato andò via proprio alla fine. Sì, bastava un’altra notte e la principessa sarebbe stata sua. Ma lei poteva anche non mantenere la sua promessa. Sarebbe stato terribile. Sarebbe morto. Così invece, almeno per novantanove notti, era vissuto nell’illusione che lei fosse lì ad aspettarlo».

Fu quindi la paura a dissuadere il soldato dal suo sogno d’amore? O fu, forse, la maturazione di un’altra consapevolezza? Quella che i sentimenti autentici non crescono sul dolore degli altri. Non accettano lo squilibrio, la vessazione, l’umiliazione. L’amore non si compra, non si misura con il prezzo di una sfida, ma dalla disposizione alla cura. Sarebbe bastato un cenno della principessa per porre fine a tutto. Un cenno, tuttavia, mai giunto. Vale la pena, pare chiederci Alfredo, amare invano? Sacrificare ciò che siamo in nome di ciò che, probabilmente, non saremo mai? E quante volte, frapponendo il nostro ego al bene di chi ci sta accanto, abbiamo vestito inconsapevolmente i panni di quella indifferenza fanciulla? Di chi, mai soddisfatto pienamente, mai davvero libero dalle proprie insicurezze, dopo novantanove dimostrazioni d’amore è capace persino di chiedere la centesima?

Chissà che quel soldato, in un giorno così lontano da appartenere ormai all’eternità, non sia stato proprio lo stesso Alfredo. E chissà che quella bizzosa principessa, capace come una sirena di ammaliare gli avventori del mare con il suo canto melodioso, non sia poi quella Sicilia che scoraggia la partenza dei suoi figli. Quella terra, talvolta «maligna», da cui si attende, non sempre con successo, la restituzione di tutto l’amore che le abbiamo dato e sotto al cui balcone, periodicamente, non si può fare a meno di tornare. Come ha fatto Totò, fuggito in treno verso una vita ancora ignota. Come il protagonista di questa magnetica storia nella storia. Che forse, da qualche parte, con la sedia ancora sulle spalle, rimpiange quell’amore svanito. Oppure, con un sorriso, continua a guardare a ciò che i novantanove giorni gli hanno insegnato.

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