È possibile far duettare il soave, gentile e delicato suono del flauto con quello rumoroso, invadente e muscoloso della batteria? Sì, se si incontrano due maestri della musica improvvisata, come la flautista salentina Giorgia Santoro e il batterista catanese Francesco Cusa, autori del progetto The black shoes per la coraggiosa etichetta pugliese Dodicilune.

«In effetti, il binomio flauto-batteria è alquanto bizzarro», commenta al telefono Giorgia Santoro. «Per me è stato difficile suonare senza avere come riferimento uno strumento armonico come un piano. Ho dovuto costruirmi questa idea armonica. Mi ha facilitato il tocco delicato e pieno di colori di Francesco che è stato un compagno stimolante e molto creativo».

Giorgia Santoro: «Abbiamo lavorato soprattutto sulle suggestioni. Spesso, quando si suona, è difficile trovare la fine. Nel nostro caso è stato diverso. Abbiamo tagliato appena veniva percepito che il discorso era esaurito»

«Ho cercato soluzioni timbriche diverse… Ho suonato la batteria da anti-batterista», sorride Francesco Cusa. «Ci sono momenti in cui però suono in modo più impegnativo e Giorgia si è adeguata. Si creano passaggi quasi drum’n’bass, sonorità strane. Ho fatto uso anche di campane tibetane e ho giocato con suoni legati ai piatti».

Insieme Giorgia e Francesco hanno cercato e trovato l’armonica alternanza dello Yin e dello Yang, andando alla ricerca delle proprie radici. Cercandole nelle “black shoes”, le scarpe nere e consumate del musicista, «nelle quali si trova il background di ogni musicista», spiega la salentina. «Con l’intento di prendere dal basso per guardare verso l’alto», creando linguaggi sonori nuovi.

Francesco Cusa: «Io avevo già provato altre formule, come batteria e voce, ma questa è davvero particolare. Poi, un giorno, durante una pausa mentre suonavamo in un’orchestra, abbiamo abbozzato un primo duetto»

Se la musica improvvisata è il punto d’incontro, le radici dei due interpreti sono diverse. Sugli studi di musica classica si è formata Giorgia Santoro, mentre il catanese proviene dal jazz. Entrambi, tuttavia, non hanno sdegnato altre esperienze. Cusa spazia dall’avanguardia al funky, dalle colonne sonore alla danza. La flautista salentina ha approfondito le conoscenze del jazz, sperimentando la world music, suonando per Franco Battiato in una Notte della Taranta, per Roy Paci in un suo disco e per altri musicisti pop. A farli incontrare nel loro girovagare per Paesi e suoni è stato Gianni Lenoci, scomparso maestro di jazz pugliese, «punto di riferimento non solo per la Puglia, un intellettuale oltre a essere un musicista», lo rimpiange Giorgia Santoro. «È stato nel corso di un omaggio a Lenoci che ho conosciuto Francesco e da lì è nato questo progetto».

«In effetti era da diverso tempo che ci dicevamo di suonare assieme», ricorda Francesco Cusa. «Sperimentare questo duo anomalo ci stimolava molto. Io avevo già provato altre formule, come batteria e voce, ma questa è davvero particolare. Poi, un giorno, durante una pausa mentre suonavamo in un’orchestra, abbiamo abbozzato un primo duetto».

Da quella prima bozza sono nate diciassette tracce, tutte originali, eccezion fatta per quella di chiusura, Un Joueur de flûte berce les ruines del pianista francese Francis Poulenc, gran parte delle quali caratterizzate dalla brevità. «Abbiamo lavorato soprattutto sulle suggestioni», spiega l’artista salentina. «Spesso, quando si suona, è difficile trovare la fine. Qualunque spunto si trasforma in un incipit, in una continuazione. Ognuno vuole dire l’ultima parola. Nel nostro caso è stato diverso. Abbiamo tagliato appena veniva percepito che il discorso era esaurito».

«L’indicazione che ci eravamo dati era quella di creare piccoli quadri musicali», aggiunge Cusa. «Brani brevi e immediati, una sorta di concentrato. Vuoi anche per la natura dell’organico, i pezzi più corti funzionano meglio».

Come siete riusciti a gestire questi duetti?
«Non ci siamo detti molto. Ci siamo trovati subito in grande sintonia. L’uno è stato stimolo all’altro e viceversa. Oppure si sceglieva quale direzione intraprendere in tempo reale. Tutto l’album è nato in tempo reale, come se fosse un “live”».

Giorgia Santoro ha alternato flauti classici ad altri appartenenti ad altre culture.
«Ho suonato quasi tutti i flauti di tradizione cosiddetta eurocolta, dall’ottavino al contralto, dal contrabbasso al traverso. Altre volte ho usato il bansuri di tradizione classica indiana fatto di legno oppure lo xiao cinese, anch’esso di legno. In certe occasioni, sono ricorsa a effetti speciali creati in tempo reale senza ricorrere all’elettronica».

E Francesco Cusa come riesce a conciliare questo disco con The Assassins, progetti così diversi, o con i libri e le colonne sonore?
«È la mia natura… Scrivo un po’ di tutto, di musica, di cinema, di filosofia. Per alcuni può essere stressante, non per me. È che sono curiosissimo e la curiosità mi spinge a tradurre in diversi ambiti, dalla musica alla letteratura, il mio desiderio di comunicare emozioni».

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