È un momento parecchio strano, quello del pre-elezioni. Trascina con sé un’inconfondibile pesantezza, che quest’anno fa il paio con l’afa degli ultimi, roventi giorni di agosto. Un momento in cui alcune delle più consolidate regole del vivere civile vengono in qualche modo sospese, in cui le abitudini del cittadino medio, talvolta con modalità solo vagamente percettibili, si modificano progressivamente. Un momento in cui il bianco e il nero, il certo e l’incerto si mescolano dando vita a qualcosa di indefinibile, in cui persino il linguaggio perde la sua incisività per diventare tronfio, goffo, imbarazzato, abbozzato. Si riempie di antichi ritornelli spacciati per visionari neologismi, di mirabolanti promesse e bizzarre fiere dell’assurdo, di orizzonti più o meno definiti entro i quali forze politiche abituate a guardarsi in cagnesco finiscono per trovare magicamente una ragione che giustifichi il loro romantico tenersi per mano in un’allegra accozzaglia. È il gioco delle parti, si dice. L’ indispensabile arte del compromesso, si affretta a precisare qualcun altro. L’essenza più vera della politica. Sì, ma di quale politica? La risposta è presto detta: quella ancorata alle logiche dell’egoismo e del successo, affannosamente in cerca di un’affermazione immediata e dimentica della necessità di ragionare in prospettiva, spietata e trasformista al punto da rinnegare sé stessa all’occorrenza. Tanto più in momenti storici cruciali come questo, in cui uno scomodo banchetto da deputato fa certo più gola di una poltrona di raso.

Chi, d’altronde, ha avuto la pazienza di assistere ai folkloristici balletti di questi giorni, alle solenni strette di mano in cui i contraenti si affrettavano ad incrociare le dita dietro la schiena con quella non occupata, avrà fatto più di un pensiero a proposito del fatto che, nell’ultimo secolo e mezzo, vale a dire dall’indomani della controversa Unità d’Italia, poco o nulla sia cambiato nell’attitudine con cui la nostra classe dirigente vive le lunghe tornate di campagna elettorale. E la Sicilia, in questa triste corsa alla bislaccheria, non sta certo a guardare. Anzi. Basta sfogliare qualche manuale di storia o le pagine ingiallite di un quotidiano d’epoca per accorgersi che, al di là di alcuni eventi contingenti, che i proclami e le urla di fine Ottocento assomigliano terribilmente a quelle della malmessa Terza (ammesso che il conto sia corretto) Repubblica. Oppure, basta rispolverare la lezione di un maestro isolano come Federico De Roberto, che nel suo immenso capolavoro I Viceré non soltanto mette in scena le ansie e le macchinazioni di una nobile famiglia, quella degli Uzeda di Francalanza, che tenta con ogni mezzo di saltare sul carro dei vincitori e mantenere l’inviolabilità dei propri privilegi, ma anche le esagerazioni e le menzogne in piena regola di un comizio tipo. Con lungimiranza e precisione tali da apparire come il copione recitato da uno qualsiasi degli attuali leader politici nostrani.

Perché il segreto del politichese è l’ampiezza. La magniloquenza. L’affastellarsi di concetti, proposte e idee. L’abbellimento di un edificio dalla splendida facciata e dalle fondamenta di carta. La sintesi, del resto, è la nemesi di chi mastica politica. Nella brevità, nella concisione, il bluff non è contemplato. Non esiste modo, se non ricorrendo alla vaghezza del dire, di nascondere la propria impreparazione, la propria inadeguatezza. La brevità, per sua natura, non necessita di essere spiegata. Ma come giustificare, allora, le incoerenze e i salti di coalizione, le finte unioni d’intenti, il titubante rispetto per le norme democratiche se non attraverso sermoni kilometrici ed inconcludenti? Ed è esattamente ciò in cui si diletta il principe Consalvo Uzeda, nel celebre discorso di ringraziamento a coloro che lo hanno sostenuto sino alla scalata al posto da deputato nel neonato Regno d’Italia. «Io vi dichiaro, concittadini – esordisce tra gli applausi scroscianti mostrando la falsa e subdola modestia che tanto da vicino ricorda quei populisti che si vantano di vivere tra la gente – che non posso, che non so parlare; tale è il tumulto di impressioni, di sentimenti, d’affetti che sconvolge in questo momento l’animo mio. Io sento che fino ai miei giorni più tardi non si potrà cancellare il ricordo di questo momento indescrivibile, di questa immensa corrente di simpatia che mi circonda, che m’incoraggia, che mi riscalda, che infiamma il mio cuore, che ritorna a voi altrettanto viva e gagliarda e sincera quale viene dai vostri cuori a me. Ma questa restituzione è troppo poca cosa e non vale a sdebitarmi: tutta la mia vita dedicata al vostro servigio sarà bastevole appena. Concittadini! Voi chiedete un programma a chi sollecita l’onore dei vostri suffragi; il mio programma compendiasi in tre sole parole: Libertà, progresso, democrazia…». Nessun accenno concreto ad una linea d’azione. Nessun accenno a un provvedimento o una battaglia specifica. Tra inutili ridondanze ed emozioni mascherate, ciò che preme al giovane rampollo è solo smarcarsi dagli ideali borbonici e reazionari contraddistinguono la sua stirpe e darsi un volto di accettabilità: «La mia vita è stata tutta spesa in un’opera di redenzione: redenzione dai pregiudizi sociali e politici, redenzione morale e intellettuale; e nulla è valso ad arrestar quest’opera; né le facili seduzioni, né le derisioni ironiche, né i sospetti ingiuriosi; né, più gravi al mio cuore, le opposizioni incontrate nello stesso focolare domestico… (Bene! Bravo! Applausi). Voi vedete che io non posso più rinunziare a questa fede; essa mi è tanto più cara e preziosa, quanto più mi costa… (Scoppio di battimani fragorosi e prolungati. Grida di: Viva Francalanza!… Viva la democrazia!… Viva la libertà…».

Dopo due ore di vuota retorica, di citazioni a sproposito che vanno da Adamo ed Eva all’attualità geopolitica, il discorso di Consalvo si conclude trionfalmente. Evidenziando tutta la miseria di un popolo che pende dalle labbra di uno scaltro acrobata della parola. E mentre, tra ponti che risorgono dalle sabbie del tempo e prospettive di ritrovata ricchezza alla Re Mida, tra le cabarettistiche improvvisazioni di chi si accoda a qualcun altro ripetendo pedissequamente gli stessi argomenti, i giochi ad incastro di chi tenta di raccattare un posto al sole e le ottuse ostinazioni di chi ha perso il contatto con la realtà, gli eredi spirituali del principe di Francalanza si azzuffano, ciò che resta da chiedersi è: vedremo mai il cambiamento che speriamo? Ma soprattutto: se la classe dirigente è lo specchio della platea che la elegge, non dovrebbero le prime domande riguardare noi stessi?

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