Una Cenerentola catanese per risollevare il Massimo Bellini

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In scena fino al 18 dicembre l’opera buffa di Gioachino Rossini con un cast d’interpreti esilaranti e una convincente chiave registica

«Ce ne son altri di grandissimi – affermava Cesare Zavattini ai microfoni della radio – ma in Italia Rossini, Bellini, Donizetti e Verdi, con Mascagni e Puccini, sono come un patrimonio di famiglia, tramandato spontaneamente per generazioni». Alcune opere sono poi talmente iconiche che, a dispetto dello scorrere del tempo, continuano a colpire l’immaginazione del pubblico e, cosa che non guasta mai, ad aiutare gli incassi al botteghino. Così, per l’ultima produzione del Massimo Bellini, su cui la scure dei tagli quest’anno si è abbattuta ferocemente tanto da mettere a repentaglio la chiusura di stagione, ci si è rivolti al Maestro pesarese con un’opera buffa che mancava a Catania dal 2006, “La Cenerentola”.

I PRECEDENTI. Scritta in poco più di cinque settimane e andata in scena il 25 gennaio del 1817 al Teatro Valle, “La Cenerentola” fu la seconda opera realizzata per le scene romane dopo “Il barbiere di Siviglia” dell’anno precedente. A firmare il libretto il poeta Jacopo Ferretti, il quale a dispetto di altri illustri precedenti come Basile o i fratelli Grimm, dove la favola assume risvolti truculenti e macabri, si affidò alla versione di Charles Perrault e di altri due libretti scritti nel 1810 e nel 1814. Quel sottotitolo che la accompagna, “La bontà in trionfo”, dice molto sul plot, epurato dall’aspetto fatato: due smanigli al posto della scarpetta e un precettore filosofo anziché la fata madrina. Pur tuttavia il buon Rossini non perse occasione di farsi burla del degrado in cui versava la società romana. La crudele matrigna al centro del racconto sarà qui sostituita da uno zotico patrigno in bancarotta, poco regale e molto arrivista, disposto a tutto pur di accasare le due figlie bisbetiche, Clorinda e Tisbe. Come ogni favola che si rispetti anche qui vivranno tutti felici e contenti ma non prima di averne combinate di tutti i colori.

MESSA IN SCENA. La regia di Paolo Gavazzeni e Piero Maranghi fa evidentemente di necessità virtù per quanto riguarda la scenografia, usando con ingegno l’escamotage delle videoproiezioni realizzate da Patrick Gallenti, mentre due divanetti e qualche sedia in velluto rosso completano lo scenario. Ne viene fuori un vero e proprio film, con tanto di titoli di testa e coda, di cui protagonista indiscussa è la città di Catania con i suoi luoghi simbolo: il Duomo, Palazzo Biscari, la fontana dell’Amenano, la Pescheria, il Teatro greco-romano, Porta Uzeda, i Faraglioni, l’Etna, i graffiti sui silos del Porto, la White sky di Cardella, il Liotro fino alla sala del Sada. Lo scopo è di fornire uno spazio virtuale in cui svolgere l’azione mostrando anche quello che avviene in altri luoghi; mentre in alcuni frammenti c’è un forte richiamo ai caratteri dei personaggi esplicato attraverso la mimica facciale che non solo completa, qualora ce ne fosse bisogno, il puzzle ma che permette allo spettatore in sala di avere una visione ravvicinata dei cantanti. Il rischio in questi casi è di saturare eccessivamente l’azione, cosa che avviene puntualmente in alcuni passaggi, soprattutto alla luce del fatto che sembra esserci grande attenzione e cura verso l’aspetto attorale. I protagonisti sono messi ben a fuoco, i tre “cattivi” della situazione: Clorinda (Manuela Cucuccio), Tisbe (Sonia Fortunato) e Don Magnifico (Luca Dall’Amico) in chiave tragicomica mentre il principe Don Ramiro (David Alegret) e l’inseparabile Dandini (Vincenzo Taormina) in una quasi macchiettistica, che coinvolge in maniera sbalorditiva anche il Coro maschile del Bellini. Un animo pregno di saldi valori per Angelina (Laura Polverelli) e Alidoro (Marco Bussi), che rimangono i più assennati di tutti. Se il video del temporale è pacchiano, per via di quei finti fulmini che attraversano il Duomo, gradita è la citazione de “La tempesta” di Strehler con i veli mossi in maniera vorticosa dalle comparse in tuta nera. Un velatino seziona lo spazio scenico e porta sulla ribalta i cantanti che si rivolgono direttamente alla platea. Un’inaspettata rottura della quarta parete con l’arrivo in sala delle due sorelle, Ramiro e Dandini conclude senza esitazioni recitative e musicali, un prezioso ed esilarante siparietto.

L’ABITO FA IL MONACO. I costumi di Giovanni Giorgianni contribuiscono a restituire quella dimensione ottocentesca che ammanta l’opera, non senza qualche incursione in epoche più recenti, vedi l’abito rosso da ballo di Cenerentola, che seppur con un corsetto steccato ha una foggia assolutamente contemporanea. Prevalgono gli abiti scuri della Corte e dello stesso Dandini in veste di Principe mentre sprazzi di colore giungono dagli abiti in taffetà rosa, bluette e verde delle donne. Cenerentola/Angelina oltre ai cenci da serva indosserà, sotto finale, un abito da sposa di gattopardiana memoria con un lungo velo glitterato, a sottolineare il passaggio da una condizione umile alla vita di corte.

UN SOAVE NON SO CHE. Superba la direzione del Maestro José Miguel Pérez-Sierra, che con carattere ha condotto l’Orchestra del Bellini, la quale dopo una défaillance iniziale da parte degli ottoni si riprende magnificamente. Azzeccata l’idea dei due registi di far eseguire l’ouverture a sipario chiuso evidenziando ulteriormente la ricchezza della partitura. Esilarante poi la coppia formata dalla Cucuccio e dalla Fortunato, entrambe ottime interpreti, voce limpida per la prima mentre il mezzosoprano supplisce a un mezzo vocale debole con un’ottima performance, in cui la recitazione prevale fortemente. Bravi il tenore Alegret e il suo fedele servo, interpretato dal basso Taormina, voce leggera da contraltino ottocentesco per il primo, possente e brunita per il secondo che rende alla perfezione nei recitativi secchi accompagnati dal cembalo e a cui non manca una bella presenza scenica. Dall’Amico veste alla perfezione l’habitus dell’ambizioso padre anche se nei duetti e nei concertati la voce si perde, mentre appare molto interessante il timbro di Bussi, che riesce a rendere al meglio il ruolo del filosofo e quello del mendicante, muovendo a piacimento le file della storia. Convince in parte la protagonista Laura Polverelli, voce corposa ma con un’emissione limitata che nelle virtuosistiche colorature perde talvolta slancio e brillantezza. Complessivamente un buono spettacolo in attesa della prossima stagione lirica.

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