Un fiore nel deserto. Alle porte di Augusta (SR), tra campagne così frustate dal sole da apparire come una infinita distesa di sabbia e rocce, esiste un luogo quasi etereo, magicamente svincolato dall’aridità paesaggistica e cromatica circostante. Una vera e propria officina di meraviglie, la cui eco inizia ad investire viaggiatori e curiosi ben prima della sua apparizione. Per arrivarci, non bastano gli strumenti convenzionali a cui siamo abituati. Bisogna, piuttosto, affidarsi ad una sorta di aura, di scia, tanto ingombrante da dipanare il suo fascino fin dai vicoli finemente adornati di Brucoli, al loro profumo di mare e di storia. Ai sussurri ammirati della gente che, tra un ricordo e un aneddoto, ti indica pian piano la via. Perché la casa dell’artista Vittorio Ribaudo non è appena un presidio di cultura nella periferia isolana: è, soprattutto, un laboratorio di creatività con pochi eguali, che ha dato vita, a volte in maniera purtroppo silenziosa, a capolavori che hanno rivoluzionato l’arte del ‘900. Quando alcuni cari amici comuni mi hanno invitato calorosamente a visitare l’atelier sui generis del Maestro nativo di Palermo, immaginavo di trovarvi frammenti di bellezza dal valore inestimabile. Non immaginavo, tuttavia, che mi sarei trovato dinanzi ad intuizioni così sorprendenti da essere pressoché irripetibili. E alla amara rivelazione che tutto questo rischia di andare irrimediabilmente perduto.

È proprio lui ad accogliere la nostra ristretta comitiva sull’uscio di casa. Alle sue spalle, in attesa di accomodarci, già fanno mostra di sé cornici, cataloghi, cavalletti. Un veloce scambio di cordialità, e subito quegli occhi schivi si immergono in chissà quale pensiero. Provo a scrutarli, ma qualcosa di inspiegabilmente profondo continua a sfuggirmi. Sembra rabbuiato, per certi versi rassegnato, mentre scorre con mano sapiente alcuni book contenenti opere di vario genere. Ho appena fatto in tempo ad abituarmi alla pungente fragranza dei colori e dei pennelli a riposo, a sentirla sottopelle come un piacevole pizzico, e già la mia attenzione viene rapita dall’intensità di alcune illustrazioni, contenute in un libricino: «Sono le storie della Genesi – si affretta a rivelare Ribaudo, con la dolcezza di chi fa un tuffo tra le proprie memorie felici -. Ad ogni fase della creazione è associata un’immagine e una poesia dell’amico poeta Antonino Magrì». Le scorro avidamente. Tra le tante immagini che progressivamente fanno capolino sul grande tavolo attorno al quale siamo tutti, religiosamente, radunati, diversi sono anche i volti di Cristo. Raramente, osservando raffigurazioni di carattere sacro, mi ero imbattuto in una tale vividezza di sguardi, di gesti, di impressioni.

La Divina Commedia. Foto da “Galleria Vittorio Ribaudo”.

«Sentiti libero di guardare in giro», mi viene detto. Non me lo faccio ripetere due volte. Lascio alle spalle i miei compagni: pochi passi, e lo stupore diventa ancora maggiore. A colpirmi sono alcune opere realizzate sul legno, nonostante si trovino appese sulla parete più buia del piano. Forse, semplicemente, perché capaci di emanare luce propria. Mi soffermo con curiosità sulla loro forma unica, tanto irregolare quanto inconsciamente logica, sulla rappresentazione massiccia e al tempo stesso leggiadra dei corpi e dei loro sforzi. C’è qualcosa di familiare nel loro andamento, nel loro protendersi verso un altrove, nel loro ammiccare a me, attonito spettatore. In una di queste, la chiave del mistero: un uomo in tunica rossa, affiancato da un sodale dai tratti severi ma paterni. «Quelle che vedi – mi spiega il Maestro avvicinandosi – sono scene tratte dalla serie della Divina Commedia. Si tratta di esemplari unici, realizzati soltanto da me su supporti unici». Le vicende di Dante raccontate attraverso sezioni di tronco accuratamente selezionate per potenziarne l’espressività. La sensazione diventa consapevolezza: Vittorio Ribaudo non ha soltanto inventato uno storytelling alternativo, moderno e sperimentale del capolavoro dantesco, adatto persino al pubblico più digiuno di tematiche letterarie – «un po’ come gli affreschi delle chiese medievali» puntualizza – ma è stato il primo a strutturarlo attraverso un mezzo pittorico inedito. È stato il primo a crederci, a realizzarlo, a perfezionarlo. Ogni nervatura, infatti, partecipa al racconto: si fondono con la scena al punto tale da sembrare esse stesse frutto della creazione artistica. Talvolta nella forma di increspatura dell’acqua, altre volte come reticolato su cui si snoda l’intero paesaggio. Linee magnetiche che attraggono i personaggi e li subordinano al loro volere. «La scelta della sezione adeguata all’esigenza creativa che di volta in volta si presenta è lunga e faticosa. Richiede ispirazione e meticolosità». Il connubio perfetto, insomma, per smussare la secolare dialettica tra cultura e natura. Se il legno, infatti, è il materiale prediletto, mille altri sono quelli esplorati da Ribaudo: pelle, sughero, marmo, perfino il vetro di Murano, capace di restituire colori e forme dal carattere onirico. Materiali che solo Ribaudo ha avuto l’ardire e l’abilità di sperimentare. Tecniche che solo attraverso lui, oggi, possono essere apprese.

Foto proveniente da “Galleria Vittorio Ribaudo”

Distolgo gli occhi dalle peripezie dantesche. Nel tornare al tavolo vicino all’ingresso, scorci meravigliosi di Sicilia mi costringono a rallentare l’andatura. Coste scintillanti con l’Etna a custodirne le spalle, zone rurali dal sapore antico, di ruderi e di aratri, lavoratori intenti a svolgere la loro massacrante mansione, sublimata dalla luce che li avvolge. «Ricordo di aver visto paesaggi così carichi di significato – dico – solo grazie a Francesco Lojacono». La risposta mi lascia di sasso: «Lojacono è stato il mio maestro. Ho imparato da lui, osservandolo con il desiderio di apprendere. Queste sono le tracce che ha lasciato in me». Ed immediatamente realizzo che è questa la perfetta chiusura del cerchio: sono testimone dell’accadere e del rinnovarsi della storia.

Foto da “Galleria Vittorio Ribaudo”

Siamo pronti ad accomiatarci. Ma un fulmine a ciel sereno si fa spazio tra le considerazioni finali: «Cosa ne sarà di tutto questo?». All’interrogativo di Ribaudo segue qualche istante di silenzio. Per un attimo penso si stia rivolgendo a me. Poi capisco che la domanda è per sé stesso. «Ho 84 anni e sono seriamente malato. Ho ricevuto molte promesse. Tutte vuote. Nessuno ha mai rispettato la parola data». Ci spiega che il riferimento è alla richiesta di un vitalizio che possa consentirgli di trascorrere più serenamente i suoi ultimi anni e di continuare a spendersi per l’arte, come ha fatto per tutta la vita. La risposta da chi di dovere, tuttavia, è stata lapidaria: “diniego per mancanza di chiara fama”. E pure la richiesta di far diventare la sua dimora quantomeno una casa museo è ancora sospesa nell’incertezza. «A cosa è servito tutto quello che ho realizzato? L’impegno che ho messo nell’inventare un modo inedito di fare arte? Aspettano forse che io muoia?». La conclusione è spezzata dalla delusione e da un leggero tremore della voce.

La giornata assume una sfumatura diversa. E mentre mi avvio verso la mia auto, mi chiedo come si possa affermare che il protagonista di questa vicenda non sia abbastanza celebre da meritare un sollievo alla propria condizione, quando i suoi dipinti campeggiano in giro per il mondo (da New York a Tokyo, passando per Stoccolma), quando il suo passaggio ha reso numerose località mete di interesse culturale ed artistico. Anche in questo caso fatico a darmi una risposta. Se non quella che alla prepotenza, all’indifferenza e all’ottusità non c’è mai fine. E provo a farmi forte di una lezione che forse non avrei voluto apprendere: dinanzi ad alcune delle più geniali opere di ingegno e di cuore dell’arte novecentesca, c’è chi ha il coraggio di calpestare questo raro fiore. Persino nel deserto.

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