Dal Parco dell’Etna
a quello della Sila: perché la filosofia
ha il nido sui monti?

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Sei insofferente alla vita di città, troppo cemento, troppi rumori, troppe vuote formalità? Ti rilassi a pensare camminando e ti emozioni alla vista di un paesaggio? La vita in una baita nel bosco è quel che fa al caso tuo

WikiHow avrà pensato al vademecum su “Come Vivere nei Boschi” dopo una vacanza nei villaggi innevati della Sila. Scenari incontaminati che giocano a nascondino per tutto il Bel Paese. L’Italia infatti è costituita per il 35,2% da zone di montagna, cosicché in talune zone è ancora più intimo il rapporto con la terra. Lo sanno bene i siciliani che da ogni dove volgono lo sguardo vero l’Etna, tanto arcadia quanto selva oscura, la nostra stella polare, meta carismatica per i pensatori fin da Empedocle, il fulcro di “Sturm und Drang” made in Siciliy.

DAL ROMANTICISMO ALLO SCOUTISMO. Sono i romantici fra ‘700 e ‘800 che, rapportandosi con la natura, riscoprono il sublime, emozione potente e ambigua, che ci cattura tra attrazione e terrore, strappandoci dal nostro posto fisso nel mondo. Pensiamo al Viandante sul Mare di Nebbia di Friedrich. È il sublime decantato da Nietzsche a ripresa del mondo classico: Dionisio, originariamente dio della vegetazione, è il dio dell’estasi, dell’ebbrezza e della liberazione dei sensi; spirito divino del selvaggio fluire che pervade tutta la vita, espressione dell’esistenza stessa. Sarà un caso che il Club alpino italiano nasca nel 1863, a compendio del clima romantico che aveva portato maggiore sensibilità verso la vita all’aria aperta, nonché i primissimi ambientalismi? E possiamo dire che lo scoutismo ne è erede. Non quello di Renzi, ma quello del Kant di «il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me». Gli scout, tornati a casa dopo notti in natura e sotto il cielo stellato, sperimentano la sensazione della stanza piccola, del tetto basso. Quanto rumore facciamo nei nostri spazi chiusi? Mentre il nostro ego rimbomba sbattendo contro le pareti, la natura vince quel rumore con i suoi paurosi, possenti, rassicuranti silenzi.

«MOLLO TUTTO E VADO A VIVERE IN MONTAGNA». Lo fa Zarathustra a 30anni e vi resta 10 anni prima di ridiscendere, mentre passa tutta la vita a considerarsi «un viaggiatore, uno scalatore di montagne». Chi non ha mai sognato di andare a vivere in montagna? Il modello cittadino ci sta stretto. La città come metafora infernale è un topos ricorrente nelle arti a cui si lega il bisogno di estraniamento, precondizione per la filosofia. Che poi, non è nata osservando fiumi e astri? La natura è il nido in cui sentiamo di dover tornare quando i giorni sono gravi. Orfani di vita, la montagna li allieva con l’aria schietta dei suoi boschi che sembrano fagocitarti al primo sguardo. La neve è l’arma sinistroide di cui si serve la natura per ridare uguaglianza alle cose: il manto stradale diventa come i pascoli e tutto è ugualmente soggetto allo stesso cielo, che copre buche e strisce blu, come le inquietudini. Perché infatti questo paesaggio attira i pensatori? Perché è lo specchio in cui si riflettono per placare tormenti e accendere gli animi. Perché la fatica della montagna, di contro a quella finta delle palestre, restituisce la fatica erotica del pensiero, che si muove nello spazio e nel tempo dei passi. La filosofia ama essere peripatetica: lo dice Aristotele. Ma ve lo immaginate fra clacson e smog? Il pensiero è un amante geloso che esige silenzio. La montagna coniuga questi aspetti, ecco perché è da sempre locus amoenus di teste pensanti: filosofi, religiosi, scienziati, artisti, amanti. In fondo siamo tutti Heidi a Francoforte. Ma finiamo eremiti di città, nostalgici di una vita più umana.

IL RICHIAMO ALL’AUTENTICITÀ. Le macchine d’inverno non vogliono partire, come se la natura ti volesse tutta per sé. Gli smartphone spesso non prendono il segnale, come se si volessero riposare anche loro: sempre ad inseguire la batteria scarica, non sentiamo il loro invito: «spegneteci!». Che dire del cibo: si scoprono baite in cui i ristoratori, zii affettuosi e spartani, ti scaldano con un quartino di vino, cacio, patate e salsiccia, mentre ad intrattenerti è il profumo del camino. E anche tu, come quei viveri, ti senti appartenere alla terra. Il cielo poi, anche se in bufera, non è mai grigio come solo la città sa essere, sempre uggiosa e corrucciata, fra facciate maldipinte e freddi sedicenti arredi urbani. Una lezione da non dimenticare ci viene dalle orme degli scarponi sulla neve: la natura lascia impronte su di noi come noi su di lei.

Insomma, è un’esistenza scandita dai ritmi naturali che ti mette davanti a condizioni estreme e quindi ai limiti umani. Ma è per questo esplorazione del dionisiaco. Sul parco della Sila come su quello dell’Etna, ricordi sbiaditi dell’Eden.

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