Nel 1884 alla festa di Sant’Agata, c’era anche Cappuccetto rosso. Era venuta a Catania senza cestino e all’albergo dove alloggiava, nella piazza dell’Università, si era presentata come Agnes Grace Weld, nata a Londra nel 1849. Ora Agnes se ne andava in giro per la città vestita da gentildonna inglese, qual era, accompagnata da sua madre Anne. Si vedeva che le due erano diverse dalle popolane che affollavano le strade del centro. Perché quelle, coi loro abiti da festa, viste dall’alto, «facevano sembrare le strade un tappeto di fiori riccamente assortiti: velluto, seta, raso, soffici pellicciotti, broccato, blu, verde, giallo, rosa, viola». Questo catalogo di tessuti e colori Agnes se l’era annotato nel suo taccuino di viaggio, non dimenticando nemmeno le campagnole, «avvolte da capo a piedi in lunghi scialli che conferivano loro un aspetto quasi orientale». Quando il 2 febbraio Agnes e mamma Anne si erano recate in Cattedrale, un religioso ne aveva notato la diversità e aveva invitato le due straniere alla festa: «Dovete venire domani, per vedere le reliquie di Sant’Agata». Ma nemmeno lui aveva riconosciuto in Agnes Cappuccetto rosso. Quello sarebbe stato un privilegio dato alla posterità.  

Agnes ritratta da Carroll

AGNES WELD E LEWIS CARROLL. È strano come il tempo asciughi la memoria di coloro che ci hanno preceduto. Marguerite Yourcenar il Tempo ce lo ha raffigurato come un grande scultore: un mare che lentamente erode i relitti delle civiltà fino a tracciarvi la propria immagine. Così, per noi posteri, la vita di Agnes Grace Weld, ha finito per condensarsi in alcuni brevi istanti, quelli occorsi nel 1857 a Charles Lutwidge Dodgson per fotografarla in posa, vestita da Cappuccetto rosso, quando lei aveva ancora otto anni. Due sorelle della madre di Agnes, Emily e Louise Sellwood, avevano sposato due Tennyson, i fratelli poeti Alfred e Charles. Le foto all’albumina della piccola Agnes erano state usate da Dodgson come una sorta di biglietto da visita, per introdursi nel circolo di Alfred Tennyson, l’illustre zio di lei e già Poeta Laureato, presentandosi come il fotografo di Cappuccetto rosso.  La fama letteraria poi conquistata da Dodgson con lo pseudonimo di Lewis Carroll e il successo del suo “Alice in Wonderland”, avrebbero indotto noi posteri a guardare con attenzione i ritratti delle tante bambine che egli aveva immortalato. Così Agnes riemerge dal suo naufragio temporale.

IL LIBRO SULLA FESTA. Nella maturità, anche Agnes Grace Weld si dedicò alla letteratura, ma le sue opere non furono sufficienti a restituirci di lei un’immagine diversa da quella immortalata da Dodgson/Carroll. Scrisse, con una certa finezza letteraria, delle sue conversazioni con Alfred Tennyson, della vita di lui e di coloro che ne frequentavano la casa, divenuta il più importante circolo letterario inglese. Dall’altro zio Tennyson, Charles, ebbe dedicata una raccolta di sonetti, nel 1873. Compì un viaggio in Palestina che nel 1881 raccontò in un libro intitolato “Sacred Palmlands, the journal of a spring tour”. Nel 1884 pubblicò “St. Agatha and her Festa”, un breve testo con le memorie del suo soggiorno a Catania.

QUANTO RUMORE E POLVERE DA SPARO… Agnes, come tanti altri viaggiatori dell’epoca, fu incuriosita dai costumi dei catanesi e nel suo libro dà risalto a ciò che marca la diversità dal suo mondo culturale. I fuochi d’artificio, ad esempio: «Come è possibile che nelle chiese cattoliche romane e greche delle isole e delle coste del Mediterraneo non si riesca a celebrare una festa religiosa senza questo enorme dispendio di polvere da sparo, più adatta a propiziarsi gli dei pagani della guerra che non ad onorare la nostra religione di pace?». Agnes scrive anche dei “gigli”, le attuali candelore: «Nonostante appaiano esili e splendenti, queste stravaganti strutture hanno un peso enorme, al punto che si soffre a vedere nei volti dei portatori le vene gonfiarsi e i muscoli contrarsi, mostrando a quale tortura questi si sottopongono per danzare insieme (come i portabandiera dervisci del Cairo) con il loro carico ingombrante». Come tanti altri visitatori, è impressionata dalla gente, dal corteo gioioso con le bande musicali, dal fiume bianco del cordone dei devoti che tirano il fercolo di Sant’Agata.

«NON SONO COME NOI INGLESI». Agnes assiste a tutta la festa. Della sera del cinque febbraio ci consegna una testimonianza finale, che va al cuore di un’intera città. «Di ora in ora – scrive Agnes – in strada e nella piazza la folla cresceva, ma ancorché interamente composta dai ceti più umili, non si vedevano spintoni né comportamenti rudi, né si udivano volgarità. Infatti per tutta questa settimana la condotta della popolazione (mi si dice che ammonti a circa 30.000 persone) è stata assolutamente irreprensibile, facendoci vergognare dei nostri costumi inglesi dei festeggiamenti popolari, perché credo che tra quella gente, in quella vasta moltitudine, non ci sia stato nemmeno un singolo caso di ubriachezza, a dispetto della calura che fa dei Catanesi degli assetati cronici». Il corteo processionale si fa strada tra la folla, ora ribollente di grida gioiose – “Evviva sant’Agata” – e il fercolo con le preziose reliquie si avvia verso il Duomo in un crescendo di entusiasmo e di rumore, che culmina ancora una volta con assordanti fuochi di artificio. Finché sant’Agata entra in cattedrale e allo scoccare della mezzanotte improvvisamente ogni suono cessa, come per incantesimo. Scende «un silenzio che regna su tutto e intimorisce l’animo, come l’eco dell’ultima nota di una campana di villaggio che saluta l’anno vecchio e ci ricorda che la festa gioiosa è finita e appartiene ormai al passato, e ci induce a meditare sulle impressioni che ci ha lasciato».

Una incisione di Francesco Di Bartolo

IL SILENZIO DOPO L’ALLEGRIA. Avvolta dal silenzio, la meditazione di Agnes Grace Weld sulla festa di Sant’Agata, ci raggiunge in un anno strano, nel quale in assenza dei rumori della festa, anche per noi tutto sembra accadere in un tempo sospeso: «Come in sé l’esternazione dell’allegria spensierata ci appare innocente – scrive Agnes – così il suo ricordo urta i nostri sentimenti quando riflettiamo sul contrasto tra essa e le lunghe agonie della morte che si vuol commemorare. Se lo spirito della vergine-martire avesse potuto vedere la gaiezza della scena, la sua anima sarebbe stata rattristata al pensiero che tutta quella pomposità pagana e quelle acclamazioni infantili si ritengono come un degno tributo alla sua memoria; non così lei vorrebbe essere da noi onorata, ma attraverso l’offerta di noi stessi, in corpo, anima e spirito, come sacrificio vivente a quel Salvatore a cui lei ha offerto la sua vita, e per il cui potere ha trionfato sulla tortura e la morte».

AGNES: UN VIAGGIO CON BAGAGLIO LEGGERO. Agnes, prima che fosse il Tempo a scolpirne la memoria, aveva asciugato il suo corpo, nutrendosi del cibo che le era appena necessario. Intorno ai vent’anni, s’era smagrita al punto da preoccupare i suoi familiari. Si era poi ripresa nell’aspetto fisico, ma ancor più aveva preso ad asciugare il suo spirito, ricercando l’essenziale.  Un viaggio con bagaglio leggero. Dalle scarne note biografiche disponibili, apprendiamo che Agnes Grace Weld, da adulta e fino alla morte (1915), si spogliò progressivamente dei suoi averi, donandoli ai bisognosi. A lei, stranamente, oggi si addice una frase di Lewis Carroll: «Come son pochi quelli che sembrano occuparsi di ciò che nella vita realmente conta…».

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