«Le figure del mito vivono molte vite e molte morti, a differenza dei personaggi del romanzo, vincolati ogni volta a un solo gesto». Chissà che a Roberto Calasso, presidente della casa editrice Adelphi scomparso quest’oggi all’età di 80 anni, non possa toccare la stessa sorte di quei gloriosi personaggi inseguiti ed ammirati fin dall’infanzia come eterni acrobati della finzione. E proprio tra le loro illustri schiere, d’altra parte, Calasso, brillante scrittore nonché critico, si muoveva con leggiadra naturalezza, lui stesso assurto al rango di mito della cultura italiana fin dal 1963, anno di fondazione della sua splendida creatura, messa in piedi in collaborazione con i suoi maestri Roberto Bazlen e Luciano Foà. Una creatura che ai suoi affezionati lettori – ma anche al più casuale degli avventori – ha regalato ben più che raffinati cataloghi editoriali: una maniera alternativa di immaginare la realtà, di disegnarne confini e possibilità, una salutare e radicale educazione al dissenso, alla perifericità. Il suo fiuto per le gemme letterarie sconosciute (o colpevolmente misconosciute) ha persino stravolto i canoni di fruizione della letteratura, restituendole la sacralità necessaria a sottrarla dalle logiche tristemente mercanteggianti sempre più in voga e ispirando piccoli e innumerevoli progetti editoriali di qualità a confrontarsi con i giganti. Un colpo di teatro di cui fu pioniere. E che oggi, nel giorno dell’uscita delle sue ultime opere a carattere autobiografico, Memé Scianca e Bobi, ha replicato uscendo di scena.

IL RAPPORTO CON SCIASCIA. Per noi siciliani, il nome di Calasso è indissolubilmente legato a quello di Leonardo Sciascia e ai capolavori scaturiti dalla loro collaborazione. Da quelli pubblicati originariamente per Adelphi come La scomparsa di Majorana del 1975 o il Cavaliere e la morte del 1988, alle celebri ristampe postume come Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia e Morte dell’inquisitore, passando per pregevoli e recentissime raccolte saggistiche quali Il metodo di Maigret e altri scritti sul giallo (2018) e «Questo non è un racconto». Scritti per il cinema e sul cinema (2021). Nell’indole libertaria e investigatrice dello scrittore di Racalmuto, sempre pronto a brandire la sua puntuale frusta contro le contraddizioni e le ipocrisie di un’Italia maestra del trasformismo, Calasso vide il riflesso delle sue stesse inquietudini, il perfetto completamento di una genetica attitudine all’insubordinazione verso le logiche distorte del potere. Lui, figlio di un giurista convintamente antifascista (Francesco) e nipote di un filosofo e pedagogista di fama europea (Ernesto), non poteva non percepire quella naturale affinità che lo legava a doppio filo alle insofferenze sciasciane: entrambi, per dirne una, esponenti di una sinistra da cui progressivamente si distaccarono, contrariati dall’affermazione pericolosa di una pervasività culturale e dogmatica, formalmente opposta al grande nemico capitalista eppure vittima delle stesse criticità. Due compagni di lotta, insomma, armati di penna e di ingegno, schivi e misuratissimi nei propri interventi. Irriducibili baluardi di un impegno militante oggi decisamente sopito, ma ancora capace di fungere da efficace promemoria per chi saprà prestarvi attenzione.

IL CORAGGIO DI ESSERE SCOMODI. Calasso fu anche profondo conoscitore e amante di Marcel Proust, alla cui Recherche, benché non abbia carattere totalmente narrativo, è ispirata la monumentale serie di 11 volumi cominciata nel 1983 con La rovina di Kasch e terminata lo scorso anno con La tavoletta dei destini. La semplicità, d’altronde, non conquistò mai il cuore dell’editore fiorentino. Che, anzi, della spigolosità ha fatto la bandiera del metodo Adelphi. Nietzsche e le sue speculazioni nichiliste, le esotiche e visionarie meditazioni del Siddharta di Herman Hesse, il genio – proprio da Adelphi introdotto in Italia – di Milan Kundera, la magia del sapere mitteleuropeo incarnato da profili del calibro di Benjamin, Dürrenmatt, Kafka, Rilke. Una magia che, grazie a Calasso, abbiamo il privilegio di poter tutelare. Scomoda, irriverente e profonda come il suo padre putativo.

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