Bioagricoltura sociale: tra nuove forme di inclusione e vuoti legislativi

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Un settore in crescita che declina in modo solidale il “ritorno alla natura” che sempre più giovani scelgono di abbracciare. A parlarcene è il sociologo e figura prominente nel settore Salvatore Cacciola, che ci offre una panoramica su un comparto che nonostante i meriti non ha ancora trovato adeguato supporto istituzionale

Un bancario che si licenza per dedicarsi all’apicoltura e, dopo l’incontro con un salesiano, apre la sua azienda a tossicodipendenti in terapia, insegnando loro i rudimenti del processo di produzione del miele. Sembra una storia uscita dalla penna di un fantasioso romanziere e invece è una delle esperienze raccolte dal sociologo Salvatore Cacciola, Presidente dell’Associazione nazionale Bioagricoltura sociale e della Rete Fattorie sociali Sicilia. «Da diversi decenni in numerosi Stati europei tra cui l’Italia   ̶   spiega il sociologo Cacciola   ̶   si sono sviluppate esperienze di inclusione sociale all’interno di un contesto rurale: l’agricoltura, in una veste non esclusivamente produttivistica, ha incontrato il terzo settore, confrontandosi con strutture per tossicodipendenti, ex detenuti e persone affette da disagio psichico o motorio, promuovendo nuovi modelli di inclusione». Si chiama bioagricoltura sociale e nonostante sia un modello imprenditoriale che non punta esclusivamente al profitto, è un settore in costante crescita. «A questa categoria – prosegue – appartengono attività anche molto diverse per natura e scopo ma che condividono un presupposto comune: la convinzione che il lavoro della terra e il contesto naturale facilitino il benessere della persona. In particolare, l’agricoltura può essere un rimedio contro lo stigma sociale che spesso colpisce chi ha un passato problematico: se un pomodoro sia stato coltivato da un detenuto, da una persona con disturbi mentali o fisici, non è dato sapere. Avrà comunque lo stesso colore e sapore».

Il libro di Salvatore Cacciola
Il libro di Salvatore Cacciola

CONSUMARE BENE E VIAGGIARE MEGLIO. Tra le attività che queste imprese, tramite associazioni come la Rete Fattorie sociali Sicilia, portano avanti vi sono percorsi formativi rivolti ai soci e agli operatori del settore, ma anche attività di educazione al consumo critico. «Il consumatore critico è colui che tiene conto della filiera da cui il prodotto proviene, accertandosi che questo non sia solo sano ma anche morale. Le aziende di bioagricoltura sociale   ̶   spiega Cacciola   ̶   devono quindi rintracciare i potenziali clienti, ovvero colore che sono più sensibili ai prodotti a marchio etico e ad una prospettiva di consumo solidale e responsabile». Oltre alla vendita dei prodotti, altrettanto importante è il turismo ambientale. «Sempre più individui sono alla ricerca di proposte più personalizzate, lontane dai ritmi frenetici delle città e attente alle caratteristiche del territorio. Il turismo ambientale, così come quello esperienziale e relazionale pongono al centro le persone. Il viaggiatore stesso diviene protagonista della sua vacanza: visita l’azienda agricola, prende parte alle diverse attività che vi si svolgono, scopre la storia del territorio che visita e a cui si accosta. L’approccio è diverso: non da consumatore bensì da promotore e custode». Il turismo ambientale consente insomma al suo fruitore di conoscere autenticamente un territorio, senza alienarsi in contesti edulcorati e finti, quali appaiono spesso i centri del turismo di massa.

LE POLITICHE AGRARIE SICILIANE. «Oggi assistiamo   ̶   continua il sociologo   ̶   al cosiddetto neo-ruralismo, ovvero la riscoperta della terra e delle attività ad essa legate da parte delle giovani generazioni in cerca di uno stile di vita alternativo a quello urbano che tentano a loro spese di realizzare delle imprese che stiano sul mercato». Se è vero infatti che la Regione Sicilia ha più volte invitato a ritornare al settore primario, recuperando le terre incolte e anche vero che sul piano legislativo, come ci spiega Salvatore Cacciola, è stato fatto ancora troppo poco. «La Regione Sicilia non ha una legge sull’agricoltura sociale, laddove la gran parte delle altre regioni italiane ha disciplinato questo settore. Ecco perché nella nostra isola, che è tra le regioni con il tasso di crescita più alto per bioagricoltura sociale, questo settore è sostanzialmente autogestito e soffre dell’assenza delle istituzioni». Lo scenario nazionale è ben più positivo, l’Italia ha infatti disciplinato l’agricoltura sociale nel 2015 con una legge approvata da tutto il Parlamento che distinguendone le 4 caratteristiche con cui quest’attività si presenta nel nostro Paese: inserimento socio- lavorativo per lavoratori con disabilità o svantaggiati, terapie con animali e piante, servizi per la comunità locale e progetti finalizzati all’educazione ambientale e alimentare. «Questa legge   ̶   conclude   ̶   ha il merito di fotografare una realtà ampiamente consolidata in Italia. L’agricoltura sociale ha infatti la sua specificità nell’innesto con servizi di tipo socio-sanitari, ma ha anche un importante ruolo nel recupero della tradizione e delle aree abbandonate come le zone appenniniche o i nostri borghi».


L’incontro al Dipartimento di Agraria a Reggio Calabria

Dipartimento agraria unirc incontro Cacciola
Una foto dell’incontro a Reggio Calabria

Per il ciclo “RETI: Racconti di Esperienze, Territori, Imprese”, promosso dalla Biblioteca del Dipartimento di Agraria dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria si è svolto martedì 7 l’incontro con Salvatore Cacciola e Luis Urra sul tema “La bioagricoltura sociale nel Mezzogiorno: le scelte di vita che danno buoni frutti”.  L’incontro ha aiutato a tracciare il quadro di un rilevante fenomeno economico che negli ultimi anni ha coinvolto un numero sempre crescente di giovani che ritornano alla terra, recuperano territori abbandonati, ricercano forme di agricoltura sensibili alle questioni ambientali, stabiliscono trame di cooperazione e solidarietà che fanno delle loro aziende un luogo di accoglienza dei soggetti più fragili e vulnerabili.

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