Maharia in palermitano. Magaria, mavaria nel resto della Sicilia. «Un termine che sono ormai in pochi a conoscere, molti miei coetanei trentenni mi chiedono il significato», commenta Alessio Bondì, cantautore palermitano. «Quel che è sopravvissuto è il senso negativo: malocchio, fattura, sortilegio. “Mavaro” è un insulto. Io sono andato a recuperare il significato originario». Incantesimo, questa la traduzione di Maharia, terzo album di Bondì. «Magia che ti mette in connessione con il mondo dell’irrazionale». E cosa c’è di più magico e irrazionale se non l’amore? Se non quando “ormai stu fuoco nun s’astuta chiù”?

L’amore è il tema portante di Maharia. In particolare, le reazioni, gli stati d’animo con cui l’uomo vive questo sentimento. «In un momento si passa dalla depressione all’euforia, è un arcobaleno di colori». E gli umori del disco rispecchiano questa varietà di sensazioni. Colori pastello, tenui, delicati, solari, malinconici. Arancio, giallo, verde, rosso, blu. Scompare il “nivuru” che caratterizza il precedente album nei ritmi e nelle atmosfere. Resta una base soul, ma la musica spazia dal nu-folk alle orchestrazioni hollywoodiane, dai Caraibi alle colonne sonore dei film anni Cinquanta. «In questo disco ci sono i miei gusti, nella scrittura e nella ricerca di ritmiche, e quelli di Alessandro Presti, che ha curato l’orchestrazione, contribuendo a dare al lavoro ampi respiri di archi e fiati», spiega Bondì. «Mentre Nivuru era legato alla terra, qui c’è una spinta verso l’alto».

La chiave per connettere la magia con il nostro inconscio, per il cantautore, è la «lingua», come definisce il dialetto palermitano, del quale Alessio Bondì, sin dal suo album di debutto Sfardo, è diventato custode e portatore sano. «Ho scelto di cantare in dialetto perché mi appartiene e perché mi permette di andare a fondo, nel profondo», motiva. «Il palermitano è la lingua interiore, quella dell’infanzia, della famiglia, in casa si parla in dialetto, del mio mondo emotivo sommerso. È una lingua selvaggia, della rabbia, che ti sfugge di bocca quando t’incazzi. È ritenuta volgare, censurata dagli stessi palermitani, perché identificata con la mafia. Ma è attraverso il dialetto che riesco a esprimere più sentimenti».

Un dialetto, quello “paliermitano”, ricco di iati e di termini d’origine straniera, che diventa una soluzione metrica, un gioco di elisioni, crasi, dove la “g” diventa “h” (maharia, pahare). Parole che si trasformano in suoni, diventando comprensibili da Palermo a Torino.

La cover del disco

Dialetto che riporta Alessio Bondì all’infanzia nella leggera, anzi leggerissima, Cerniera Zip, o nella disneyana Fataciume, favola popolata di animali. Una regressione al mondo ancestrale, alla quale ha forse inconsciamente contribuito anche Andrea Camilleri con il libro Magaria: per voce recitante e orchestra: «L’ho letto, mi è piaciuto, ma non c’entra con il disco», tiene a sottolineare il cantautore. È, invece, certamente lo spirito di Jeff Buckley quello che esce dalle corde della chitarra e dalla voce in Ddà fuori, uno di quei momenti malinconici che esaltano Maharia. Come la straordinaria Ave Maria al contrario.

Il mood del disco è divertente, solare, intristito dalla finale Cuori cruru, alla volta di un nuovo viaggio. «Non volevo fare un concept album», precisa Bondì. «È una raccolta di canzoni. Racconto storie d’amore senza una narrazione lineare. Ogni brano è il documento musicale di un attimo e ogni attimo contiene emozioni diverse. Ritengo Cuori cruru una canzone da finale. In tema con l’irrazionalità e l’insondabilità dei sentimenti che percorrono il disco».

Un disco finito l’8 marzo 2020, poco prima che scattasse il lockdown, «che ci ha permesso di focalizzarlo meglio», e pubblicato, non a caso, lo scorso 21 giugno, in coincidenza con il solstizio d’estate, come simbolo di rinascita. Accolto dagli striscioni dei fan in tutt’Italia, sarà presentato in tour questa estate: si comincia il 27 luglio da Bologna per essere il 9 agosto al Retronouveau di Messina e il 6 settembre al Chiostro della GAM a Palermo, dove sarà eseguito con l’accompagnamento della Tatum Art Orchestra.

Maharia, insieme agli album I Mortali di Colapesce-Dimartino, fusion. di Davide Shorty e My Mamma de La Rappresentante di Lista, è un altro segnale del fermento culturale e imprenditoriale di Palermo (esce infatti per l’etichetta locale 800A Records). «Ci sono bellissime sensibilità», conferma Alessio Bondì. «Molto probabilmente perché, contrariamente a come ci consigliavano prima, non andiamo più via da Palermo e se lo facciamo manteniamo la nostra identità. Portare avanti la propria identità è l’arma che abbiamo in un mondo globalizzato, gentrificato, dove tutto è omologato, uguale».

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