Un detto piuttosto comune afferma che un popolo non abbia piena contezza di ciò che rende speciale la sua terra fino a quando l’occhio dello straniero non lo rende partecipe della propria meraviglia. Nel riflesso dei suoi occhi sgranati come quelli di un fanciullo ammaliato dall’avventura, infatti, nella sua istintiva tendenza a soffermarsi su dettagli solitamente dati per scontati, nell’insaziabile curiosità di svelare millenari e affascinanti segreti vibra il riflesso di luoghi multiformi, che si evolvono ad ogni nuovo sguardo senza tuttavia rinunciare alla loro esclusiva, intrinseca natura. Perché quando uno straniero racconta al mondo qualcosa della nostra casa, non avviene semplicemente una giustapposizione di impressioni, quanto, piuttosto, un potenziamento dei sensi, una misteriosa e inarrestabile osmosi di sensazioni. Ciò che ne deriva è una descrizione dell’anima, un quadro etereo, un punto di vista prismatico che sorprende da ogni angolatura. Di questa medesima dinamica beneficiò la città di Palermo nei primi anni del ‘900, quando sulle sue sponde approdò una raffinatissima e malinconica intellettuale di nobile discendenza. Il suo nome era Anna de Noailles. Il suo approdo in Sicilia non si limitò ad essere una tappa intermedia di un classico Grand Tour aristocratico, ma il punto d’arrivo di un viaggio esistenziale ancor prima che culturale. La rincorsa ad una bellezza perduta da dissotterrare. La risposta ad un’esigenza di pace.

E dire che la sua fama di colta poetessa ed eccelsa mediatrice culturale, capace di spaziare dal tedesco al russo passando per il greco, aveva già conquistato l’intellighenzia della sua madrepatria, quella Francia in cui i più grandi scrittori e artisti facevano a gara per partecipare ai suoi celebri salotti. Dalle sue parti, non a caso, transitarono alcune delle stelle più fulgenti del panorama transalpino: Edmond Rostand, autore della splendida tragicomedia Cyrano de Bergerac; Colette, considerata una delle più grandi intellettuali della storia di Francia; il poeta maledetto Paul Valéry e persino un gigante come Marcel Proust, che la consegnò all’eternità della letteratura in uno dei suoi romanzi giovanili sotto il nome di Madame de Réveillon: «La giovane sposa – scrisse l’autore di Alla ricerca del tempo perdutoera una poetessa di diciannove anni che sulla “Reveu des Deux Mondes” aveva recentemente pubblicato dei versi magnifici. La sua figura, i lineamenti, gli occhi erano perpetuamente animati da un fascino così intenso che nemmeno per un attimo ci si chiedeva che cosa in lei fosse più o meno bene tanto si rimaneva sedotti dalla sua personalità, dall’originalità che si trovava in ogni suo lineamento». Tutti ugualmente conquistati dalla sua leggendaria bellezza, dunque – che spinse numerosi pittori ad accapigliarsi per il privilegio di realizzare un suo ritratto – ma anche dalla finezza del suo spirito, da quell’aria un po’ svagata e pensierosa di chi racchiude nel verso tutta la dolcezza della propria interiorità. Ed è per questo che l’incontro con la Sicilia era stato probabilmente scolpito sulle rocce del destino: perché due cuori così affini avevano bisogno di conoscersi. Di incrociarsi. «La Sicilia è perdutamente bella perché dispiega ai nostri occhi quello splendore del mondo che è in noi». Fu solo una delle magnifiche sentenze con cui la poetessa parigina tratteggiò i contorni della nostra isola in Les Vivants et les morts, raccolta del 1913 in cui confluirono le liriche frutto del viaggio compiuto quattro anni prima nelle città di Catania, Agrigento, Siracusa e Palermo. E proprio al capoluogo Anna de Noailles dedicò uno dei componimenti più struggenti, ovvero Il porto di Palermo, di cui si riporta un estratto:

«Dalla mia stanza satura di calore, guardavo il vecchio porto, denso di catrame, ascoltavo il brusio dei venditori, rivali nella frode, tra i sacchi di grano, di farina, di frutta, sotto il cielo colorato di splendore e di noia. Mi piacevano la rada nera e i poveri moli, le navi rugginose, che grondavano l’eterna nostalgia del cuore umano: partire!

Come da un’officina, montava il sibilo fumante verso quel cielo, dove la sera tarda ad arrivare. Era l’ora in cui il vento, esitante, si leva sulla città e sul porto, a pacificarli col battito delle ali. Il mio cuore, come nuvola sfrangiata, si struggeva d’amore.

Ma le sere sono oppresse dai loro intensi profumi, la palma, dal grande cuore, soffre della sua opulenza, ogni cosa, nel trionfo, ricerca il suo sollievo. Che significa la voluttà del cielo nelle tenere notti? E i giardini che singhiozzano i loro profumi? e le panie, che i gridi degli uccelli tendono nello spazio ansioso che tace, aspettando?

Orgogliosa dell’angoscia di cui è intrisa, la razza dei viventi, che non vuole finire, vi ha dato un cuore che lo spazio dilania, nella ricerca inesausta del futuro. Ecco perché, forzati dall’attesa senza fine, il desiderio non si quieta nel piacere!

Tornata in Francia, fino al termine dei suoi giorni, nel 1933, continuò a fare incetta di riconoscimenti. Ma mai quei paesaggi siciliani che l’avevano conquistata smisero di affollare i suoi ricordi. Mai quel sapore di antico sapientemente mescolato agli sprazzi di orizzonti futuri cessò di animare la sua penna. Mai, allo stesso modo, la verità del suo sguardo ha finito di insegnare qualcosa a noi siciliani. «La natura assolata, i prati riarsi, il vetturino dagli occhi saraceni, i muli travestiti da sultani al trotto sotto bianchi parasole, i muri bianchi corrosi dal sole, il paradiso tra le palme. Se morirò qui, portatemi vicino alla Senna dove il cielo è leggero: avrei paura di non sentirmi morta sepolta sotto gli aranci».

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