«Da bambino mio padre mi portava spesso all’opera, fu così che rimasi colpito dal sortilegio di quest’astrazione meravigliosa, fatta di musica e canto, che solo la cultura italiana è riuscita a darsi». Il legame fra Antonio Calenda e il teatro nasce proprio con il melodramma. Ha dodici anni quando decide di diventare baritono ma sarà la vita ben presto a farlo virare verso la prosa, cui dedicherà gran parte della sua lunga carriera. Fra i registi più amati dell’isola, dove ha firmato innumerevoli spettacoli sia per lo Stabile etneo sia per l’INDA di Siracusa, il regista campano debutterà per la prima volta al Teatro Bellini di Catania con L’elisir d’amore di Donizetti, in scena dal 10 al 17 maggio. L’abbiamo incontrato poco prima della prova generale per farci raccontare gli anni della sperimentazione a Roma, il successo al Piccolo di Milano e il valore che l’opera lirica ha sempre avuto nella sua vita.

Da bambino trascorreva molto tempo al Teatro dell’Opera di Roma.
«È vero, ero un patito. Insieme a un mio amico andavamo a tutte le repliche diurne e, come se non bastasse, collezionavo anche fotografie con dediche di grandi cantanti come Del Monaco, Tebaldi, Di Stefano. Il fascino per questo mondo mi ha sempre condotto per mano, tanto che in seguito ho anche avuto la fortuna di dirigere la Caballè, la Devia, Carreras, Furlanetto. Oggi, invece, mi solletica molto l’idea di fare a Catania uno spettacolo che ricordi l’Italia del secondo dopoguerra quando la speranza di tornare a vivere era forte. Nell’evocare la nostra Storia, ho pensato al mezzo di locomozione per eccellenza: la bicicletta, con cui si andava a lavoro o si usciva, ma anche un omaggio al neorealismo di De Sica con “Ladri di biciclette” o a “Pane, amore e fantasia” di Comencini, quel mondo cinematografico che ha segnato la nostra cultura della rinascita».

Donizetti scrisse quest’opera, che riprende Le philtre di Scribe, in soli quattordici giorni. Qual è secondo lei la sua particolarità?
«La capacità di mettere insieme due rami dell’espressività musicale di quell’epoca. È romantica ma ha anche dei momenti – nei concertati e nelle cadenze – di gran divertissement, un melange riuscitissimo e unico. Diciamo la verità, insieme a Bellini che aveva un’apertura più seriosa, Donizetti fu uno dei precursori del melodramma verdiano».

A proposito di Bellini, il libretto de L’elisir d’amore reca la firma di Felice Romani, che l’anno prima aveva redatto per il Cigno Norma.  In questa edizione lei usa una frase di Dulcamara, in cui cita il Mongibello, come pretesto per ambientare l’opera a Catania anziché nei Paesi de’ Baschi.
«Essendo molto anziano, faccio della mia esperienza un fulcro. In teatro non c’è bisogno di grandi orpelli e scenografie ma di un’idea ispiratrice che manifesti il senso più profondo di un’opera riavvicinandola a noi. Io credo che non la si debba arbitrariamente distruggere o riportare impunemente alla contemporaneità ma fornirle una ragione critica. Per questo ho scelto di collocarla in una Sicilia pre-industriale, dove erano possibili queste pastorellerie, senza farne una favoletta stucchevole. Ho immaginato Adina (Irina Dubrovskaya e Manuela Cucuccio) come una proletaria, Nemorino (Mario Rojas e Valentino Buzza) come un meccanico di biciclette, restituendo così la diversità di censo, e Belcore (Antonio Daliotti e Giovanni Guagliardo) come un bersagliere».

Come si è trovato con il M° Tiziano Severini?
«Severini è direttore di grande raffinatezza e abbiamo lavorato in assoluta concordia. Ha anche seguito tutte le prove di regia, cosa che raramente mi è capitata di vedere nella mia se non estesissima ma intensa carriera di regista d’opera».

Antonio Calenda

Suo papà Giuseppe che l’ha iniziata all’opera spesso la portava a vedere anche Peppino De Filippo e Totò, sebbene fosse contrario al fatto che lei perseguisse questa strada.
«La famiglia di mio padre voleva che diventassi magistrato (il fratello della nonna era il noto storico del diritto Francesco Brandileone ndr) soprattutto dopo che mi ero laureato con il massimo dei voti ma io avevo questa immensa passione. Fu allora che fondai un piccolo teatro d’avanguardia in una cantina romana insieme a Virginio Gazzola, Piera Degli Esposti, Gigi Proietti e Leo De Barardinis, rappresentando con la sala Centouno un momento particolarmente significativo per il teatro di proposta».

Quando però Paolo Grassi la chiamò al Piccolo Teatro, uno stabile finanziato con soldi pubblici, si creò dei nemici fra gli sperimentatori.
«Direzione memorie con la drammaturgia di Corrado Augias aveva avuto un grande successo di critica, tanto che Grassi venne a vederci. Noi non sapevamo chi fosse, finché la settimana dopo non mi chiamò proponendomi di andare a Milano. Non credevo che fosse davvero lui, piuttosto pensavo a un equivoco, invece era proprio Grassi che mi chiedeva di portare lo spettacolo al Piccolo, il tempio del grande teatro europeo. Da lì è sbocciata la mia carriera».

A proposito di grandi attori con cui ha lavorato in passato, che ricordo ha di Piera Degli Esposti e Gigi Proietti?
«Piera era un’attrice particolare che sapeva cogliere il senso più riposto delle battute, con un’intelligenza rara che solo i grandi hanno. Così come Pupella Maggio, quasi analfabeta, che in certi momenti aveva un potere evocativo da intellettuale raffinatissima. Gigi invece è stato il mio sodale, insieme abbiamo fatto molti spettacoli come il Corialano di Shakespeare a Verona. Erano anni in cui non aveva ancora avuto il successo commerciale, a consacrarlo fu Il dio Kurt di Moravia e Operetta di Gombrowicz, un testo di sperimentazione divertentissimo con cui sfondammo, soprattutto al Teatro Lirico di Milano dove Grassi ci fece stare due settimane in più. Oggi con gli abbonamenti sarebbe impensabile, ma allora restavi solo se funzionavi. Era un mondo difficilissimo, ma con una meritocrazia intrinseca».

E poi Turi Ferro che diresse in molti spettacoli come Il sindaco del Rione Sanità di De Filippo o Il visitatore di Schmitt.
«Con Turi Ferro, un colosso di questa città, feci due spettacoli che non dimenticherò mai: uno fu Il sindaco del Rione Sanità di Eduardo, una scommessa che alla fine si rivelò un grande successo. Lui aveva una paura matta soprattutto quando affrontammo la perplessità gelida del pubblico napoletano. In seguito Baudo mi chiamò a inaugurare la stagione dello Stabile con il famoso Trittico di Bufalino, Consolo, Sciascia e lì fu un altro bel momento. Altri due grandi artisti catanesi con cui ho avuto la fortuna di lavorare sono stati Tucci Musumeci e Pippo Pattavina».

Una volta tornato a Roma, sua città d’adozione, quali altri impegni ha in programma?
«Tornerò a dedicarmi al mio laboratorio, il Teatro Basilica a San Giovanni, un luogo di misticità in cui lavoro con un gruppo di giovani. Tempo fa avevamo ospitato Piera degli Esposti, Gabriele Lavia e che proprio in questi giorni vede Roberto Herlitzka leggere integralmente la Divina Commedia di Dante».  

Le piace insegnare ai ragazzi?
«Più che insegnare, perché ci sono troppe scuole d’infimo ordine che non fanno altro che perpetrare inganni, direi che aiuto i più meritevoli. Senza fare retorica questo è un mestiere fatto di sacrificio e dedizione assoluta, che richiede grande coraggio».

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