Sono le prime ore del mattino. Dall’oblò del traghetto che mi porterà a Lampedusa filtra una luce che mi spinge a svegliarmi. Mi accingo a guardare fuori e dinanzi a me vedo il blu scuro del Mar Mediterraneo. Un regalo della natura. Dopo qualche ora, in prossimità del nostro arrivo, scorgo quell’isola così tipica, a metà tra Africa ed Europa, emergere da quello stesso mare in tutta la sua meraviglia. In quel preciso istante, realizzo che dopo i mesi angosciosi del lockdown è arrivato il momento tanto atteso della mia vacanza. E un’emozione si impossessa di me.

Il dammuso. Alloggiamo, come vuole la tradizione, in un dammuso, una delle tante tipiche strutture in pietra di origine contadina adibite, oggi, ad uso turistico. I primi vennero costruiti dai coloni provenienti dal Regno delle Due Sicilie, insediatisi sull’isola a partire dal 1843, periodo di tempo nel quale l’isola conobbe un florido sviluppo. Ed è forse questo legame con il passato che rende tutto più suggestivo e regala la sensazione di essere trasportati in un’altra epoca, il tutto enfatizzato dal paesaggio incontaminato. Ad accoglierci troviamo la proprietaria, Maria, che ci dà il benvenuto con un Happy hour da acquolina in bocca: crostini di pomodorini freschi e capperi dell’isola, vino di casa fatto dal marito, fritturine di pesce e olive sott’olio. Mentre ci conduce verso la tavola imbandita sotto un portico all’ombra della vegetazione, svela: «Siete i primi ospiti del 2020». «Davvero?» rispondo sorpresa. In fondo siamo ai primi di luglio e la stagione estiva è iniziata già da un po’.

Isola dei conigli | Valentina Sciarrabba

La cala e il santuario. Dopo questo rigenerante spuntino, ci dirigiamo con una Mehari, una “spiaggina” d’altri tempi, verso Cala Madonna. Percorrendo la strada di Ponente, facciamo sosta – d’obbligo se si vuol conoscere la vera identità dell’isola – al santuario della Madonna di Porto Salvo. Luogo di culto sin dal 1202 e costruito dentro una grotta, sarebbe stato, secondo fonti storiche, metà chiesa cattolica e per la restante parte moschea maomettana. Durante la Seconda guerra mondiale, il santuario venne distrutto da un bombardamento, lasciando tuttavia indenne la statua della Madonna e non facendo vittime. Per tale ragione i lampedusani le sono tutt’oggi molto devoti. Nel giardino che circonda questo luogo mistico, si legge su un pannello la frase che testimonia la durevole identità e apertura dell’isola attraverso i secoli: «Questo è stato da sempre un luogo sacro e di incontro pacifico tra uomini di culture e religioni diverse, dove ognuno poteva pregare il suo Dio e dove gli antichi naviganti riposavano e venivano a rifornirsi di acqua». Chissà che anche allora non ci si dovesse confrontare con le stesse questioni di oggi.

foto century1 | turistipercaso.it

Barche volanti. Ma le sorprese che l’isola ha in serbo per noi non finiscono qui. A bordo di una piccola imbarcazione governata dall’esperta mano del capitano Ettore, ci dirigiamo verso le acque trasparenti e turchesi della Tabaccara, il cui nome si pensa derivi dal commercio di tabacco e sigari che avveniva all’interno della grotta che si affaccia sulla cala. Qui, l’acqua è così cristallina che le barche sembrano librarsi a due metri dal fondale marino e i pesci nuotano senza timore intorno ai bagnanti. Più avanti, nei pressi dell’Isola dei Conigli, iniziamo la tanto attesa immersione subacquea e ci tuffiamo in un ambiente raro. Il fondale si presenta roccioso e a tratti sabbioso, ed è abitato da una variegata vegetazione. A pochi metri dalla superficie troviamo un arco ricco di madrepore arancioni e spugne, in prossimità del quale si trova la Madonna del Mare, una statua bronzea situata a circa 14 metri di profondità che è stata donata nel 1979 dal fotografo Roberto Merlo, grande appassionato di immersioni, in ricordo di una brutta esperienza dalla quale si è miracolosamente salvato. Per concludere il tour, facciamo un break pomeridiano con cannoli siciliani e liquore al finocchietto selvatico prodotto da Ettore.

Cala Tabaccara | Valentina Sciarrabba

Crudité di pesce di Bernardo.  Per concludere in bellezza, se vi trovate a Lampedusa non potete non provare le delizie culinarie del re dei fornelli della Trattoria Terranova. La cena inizia con degli assaggi di crudité di pesce fresco, per poi passare alla cernia al forno, seguita dalla “Ghiotta alla Lampedusana”, una tipica zuppa di pesce con salsa di pomodoro fresco; infine, nonostante fossimo già sazi, lo chef Bernardo insiste perché assaggiamo la sua frittura di pesce misto.

Il ritorno nostalgico. Alla fine di ogni viaggio ci si sente sempre un po’ malinconici, si guardano le foto scattate e si ripensa ai bei momenti trascorsi. Di Lampedusa custodirò un ricordo particolarmente caro: nonostante le iniziali incertezze e i timori che ancora oggi facciamo fatica ad ignorare, con l’emergenza sanitaria non ancora del tutto alle spalle, con la sua abbacinante bellezza e la sua gente dal sorriso largo e accogliente, l’isola è riuscita in pochi giorni a cancellare i lunghi mesi di paura e preoccupazione come non credevo nemmeno un’isola caraibica sarebbe riuscita a fare. 

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