Nella mitologia greca e latina, Càstore e Pollùce erano due inseparabili gemelli, protettori e maestri delle arti ma anche soccorritori dei marinai, che parteciparono a famose imprese tra cui la spedizione degli Argonauti alla conquista del Vello d’Oro e la guerra contro Atene, in seguito al rapimento di Elena da parte di Teseo. Il legame che li univa era così forte che alla morte di Càstore, Pollùce – che invece era immortale – scelse di rinunciare a metà della propria immortalità in favore del fratello. Da quel momento i due gemelli vissero insieme alternativamente un giorno nell’Olimpo e uno nell’Ade.

Allo stesso modo, il rapporto con “l’altro sé”, con il proprio doppio, è al centro della riflessione artistica dei gemelli catanesi Carlo e Fabio Ingrassia. Osservandoli, sembra quasi di vedere lo stesso individuo lavorare allo specchio, e il prodotto finale sembra provenire dalla stessa mano. Il primo usa la mano destra, ha una struttura del segno «più “solareggiata”», definisce i margini; il secondo invece usa la sinistra, ottiene delle superfici «a tinte uniche, monocromo». Carlo determina i segni, Fabio li raccorda «ma – ci raccontano – agli occhi dello spettatore questa doppia presenza non sarà mai percepita, come la paternità dell’opera non verrà mai dichiarata». Il loro è infatti un “disegno che manca di segno”, in cui è manifesta la volontà di voler annullare la loro “doppia identità”.

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Eppure a guardarli sono praticamente identici, e viene da chiedersi come vivano la loro individualità. «Il doppio e l’idea di doppio non nasce in noi ma da chi ci osserva – ci raccontano – Boccioni diceva “Io siamo noi”». S’identificano piuttosto nella metafora dell’“asino dai passi uguali” proposta da Fabrizio De André nell’album “La Buona Novella”: «Il nostro è un tempo identico. L’asino è un animale che riconosce a memoria la strada e a volte, quando realizziamo un’opera, è come se il segno si definisse da sé e si depositasse nel luogo in cui deve depositarsi».

Dopo aver esposto i loro lavori alla Biennale di Venezia e al MACRO di Roma, in occasione delle Olimpiadi Invernali 2018 in Corea del Sud Carlo e Fabio saranno a PyeongChang come rappresentanti italiani del progetto “Prospectum” presso la sede “Casa Italia”, insieme ad altri artisti

Al momento, inoltre, stanno lavorando a un progetto sulle “correnti”, un processo “autonomo” all’interno del lavoro, poiché «l’opera – ci dicono – è a nostro avviso un “principio termodinamico” in cui si mette in atto un processo autosufficiente».

«Lavorare è un privilegio e farlo insieme è come una liturgia, come fosse una transustanziazione. È quasi rendere il corpo al corpo dell’arte». In questo processo la sinteticità della forma e della linea sono realizzate attraverso tecniche che non si identificano con un materiale definito, ma sono un “medium” per la realizzazione finale dell’opera. Lo stesso vale per i riferimenti artistici: «i nostri maestri sono quelli che abbiamo frequentato ma anche quelli che abbiamo “guardato”. Ci siamo trovati vicini anche a poetiche che non abbiamo mai conosciuto. Anche quando leggiamo dei libri, un testo, o osserviamo delle immagini, c’è come un passaggio del testimone e ritroviamo noi stessi in alcune analisi, in alcune forme». Alla fine – come suggerisce il noto critico d’arte David Freedberg – si rivedono riflessi l’un l’altro come Càstore e Pollùce, appunto. Questo è il processo fondamentale della loro arte: un gioco dialettico in cui ritrovare sempre se stessi. O non ritrovarsi mai.

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