Quando penso a mio padre – nonostante ci pensi raramente – di solito mi vengono in mente Stanlio e Ollio, Totò e il telegiornale di Rai 3. Erano le cose che guardava più spesso finché viveva a casa con noi, quando io ero ancora piccola e prima e dopo la scuola trovavo lui sul divano a tenermi compagnia. Poi è andato via, come ha fatto con i figli dei matrimoni precedenti, e se l’ho visto una trentina di volte in vita mia è già tanto.

Mi torna in mente ogni anno il 19 marzo, così, per un riflesso quasi incondizionato, insieme al ricordo di quel pomeriggio in cui da bambina, per svegliarlo, gli avevo sbattuto in testa un’edizione di Pinocchio con la copertina rigida e le dimensioni di un’enciclopedia, o di quella mattina in cui mi aveva fatto il suo primo regalo (una scatola di cartone raccolta dai cassonetti della spazzatura davanti casa), o ancora di quella in cui mi aveva offerto un cannolo alla ricotta e io mi ero sentita felice.

Sono porzioni di vita che a tratti sembrano non appartenermi più, ma che in altri momenti riemergono invece in occasione di una ricorrenza, di uno scambio di battute, di una lettura nel tempo libero. Di recente si sono stranamente verificate tutt’e tre le cose in contemporanea, dal momento che è passata solo da pochi giorni la Festa del Papà, che mi sono ritrovata a menzionare mio padre in compagnia di mio fratello e che, neanche farlo apposta, sono riuscita a finire da pochissimo un romanzo intitolato Padri, e pubblicato per Fazi da Giorgia Tribuiani.

Così, oltre a pensare al papà mio mi sono ritrovata a fare i conti con quello di un personaggio inventato, un uomo di mezza età di nome Oscar e con moglie e figli a carico, che all’improvviso si ritrova davanti alla porta il padre morto quarant’anni prima, e tornato ora in carne e ossa a tendergli la mano. Non per niente si tratta di un libro che già da settimane temevo e desideravo scoprire, con una copertina delicatissima e una storia caratterizzata da decine di domande incalzanti, di dubbi senza risposta, di sofferenze da coccolare, che in parte probabilmente sono state da sempre anche mie.

Della mia esperienza ho infatti ritrovato un rapporto stringente e feroce con il tempo, che ti costringe a non sapere e a non condividere tutto quello che vorresti; una frustrazione indurita per intere stagioni, che poi da sciogliere è difficile perfino nei momenti di maggiore dolcezza, e che lascia le sue tracce nelle parole sputate di getto, con volgarità, o a volte solo con un tono troppo basso per suonare trasparente; e il bisogno di riconciliarsi (sebbene in ritardo) con qualcuno, con qualcosa, o quantomeno dell’idea che ce ne portiamo dietro ogni giorno.

Nel mio caso, il padre in questione non esiste più. Ha concluso l’esperienza terrena a sua disposizione e, a meno di una resurrezione come quella concepita sapientemente dall’autrice per Diego Valli, non avrà modo di farmi ascoltare nuove poesie, di conoscere i miei figli, di spiegarmi i morsi della sua fame – però, dopotutto, è a questo che servono i libri, no?, a riempire degli spazi che la vita altrimenti lascerebbe vuoti. A immaginare scenari alternativi, a cambiarci d’abito per scoprire quanto simile alla nostra sia una storia di fatto radicalmente diversa. A darci pace, o a darci sfogo, o a darci voce.

E Padri, con il suo stile vibrante e lucido, con i suoi slanci empatici e il suo ritmo trascinante, riesce a fare centro in tutt’e tre le direzioni. A rispondere forse non completamente alla domanda «Cosa fa di un padre un padre?», ma a suggerire diversi spunti di indagine, di esplorazione, di analisi, piantando un seme in un terreno a cui da troppo tempo forse non abbiamo più dato una goccia d’acqua.

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