«Erano di pietra celeste, tutti fichidindia, e quando si incontrava anima viva era un ragazzo che andava o tornava, lungo la linea, per cogliere i frutti coronati di spine che crescevano, corallo, sulla pietra» scriveva Elio Vittorini in Conversazione in Sicilia. Dal Messico, che lo raffigura sulla bandiera nazionale, il fico d’India ha raggiunto anche le pendici dell’Etna, diventando un’icona del panorama isolano, lo troviamo un po’ ovunque dalle campagne, ai cigli delle strade, persino sui tetti delle case. Una pianta che potremmo quasi definire resiliente per la sua capacità di crescere e svilupparsi nonostante l’aridità del luogo.

IN CUCINA. Riconosciuto come prodotto DOP, il fico d’India siciliano tinge il paesaggio con i suoi colori, dal giallo dei sulfarina, al rosso e al bianco dei muscaredda, frutti che si trovano già in estate e a cui si aggiungono i bastardoni o scuzzulati della seconda fioritura. Si narra che quest’ultimi siano stati scoperti grazie a un contadino che recise i fiori della pianta di un suo vicino affinché non producesse più frutti, ma finì beffato perché dopo qualche tempo nacquero gli scuzzulati che erano persino più grossi. Oltre ai frutti dal sapore inconfondibile, da cui si ricavano specialità come la mostarda, sin dal passato si utilizzano i fiori essiccati nei decotti per alleviare i dolori da coliche renali, ma anche le pale (cladodi), che da foraggio per animali, hanno raggiunto anche le nostre tavole: una volta privati delle loro spine possono essere infatti gustati nelle insalate insieme a mais e pomodorini o fritti a cotoletta. Pensate che esiste anche la parmigiana di palette di fico d’India, una specialità dell’isola di Ponza riconosciuta dallo scorso febbraio tra i prodotti Agroalimentari tradizionali italiani. Un piatto nato durante la guerra quando, a causa della mancanza di rifornimenti di materie prime dalla terra ferma, vennero usati i cladodi giovani che, una volta pelati venivano bolliti e poi arricchiti con salsa e formaggio grattugiato. 

OGGETTI DI DESIGN. In aggiunta al settore gastronomico e cosmetico, in cui viene utilizzato soprattutto il gel estratto dai cladodi per prodotti da applicare sulla pelle, l’Opuntia ficus-indica ha trovato il suo spazio anche nelle creazioni da design. Nel Salento nasce il progetto Sikalindi della famiglia Rossetti, mobilieri da due generazioni, che utilizzano la fibra legnosa del fico d’India per rivestire gli oggetti da arredamento sempre diversi tra loro in base ai disegni unici creati dalle venature. Del gelese Renato Belluccia è invece l’idea della Sciàtu Lamp, lampade realizzate a mano con la lavorazione delle carcasse delle pale di fico d’India, materia biodegradabile a cui viene dato un nuovo respiro (sciàtu).

FASHION ECOSOSTENIBILE. Dall’intuizione di Adrián López Velarde e Marte Cazárez, due giovani messicani di Guadalajara, nasce il brand Desserto che utilizza gli scarti del fico d’India per realizzare un tessuto simile alla pelle da poter utilizzare ad esempio per borse e cinture, un’alternativa che come valore aggiunto ha un impatto positivo sull’ambiente. Del pugliese Cristiano Ferilli è, invece, l’idea di una linea di occhiali da sole (Ferilli eyewear) utilizzando la fibra dei cladodi e il legno d’ulivo per le montature degli occhiali che richiamano, attraverso le loro caratteristiche, i luoghi da cui prendono i nomi, come Otranto e Porto Miggiano. Anche in Sicilia, esattamente ad Assoro, nella provincia di Enna, la designer Graziana Giunta ha realizzato nel suo Atelier Manituana la linea di gioielli Siku realizzati con le fibre essiccate di fico d’India che vengono poi pulite, tagliate, dipinte con colori atossici e infine montate. Riciclo ed ecosostenibilità per dare nuova vita a ciò che da scarto diventa un modo di indossare un pezzo di Sicilia. Fico, no?!

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