Non sono soltanto i suoi lunghi ricci sbarazzini ad attirare l’attenzione, ma soprattutto una consapevolezza di sé non comune e una proposta musicale che riesce a coniugare Fabio Concato e Luigi Tenco con la black music in tutte le sue declinazioni: hip hop, soul, funk, jazz. Passaporto artistico di Davide Sciortino, in arte Shorty, “cittadino del mondo”, come si definisce, nato a Palermo 32 anni fa e approdato in quella Londra che tanto gli assomiglia undici anni fa.

Palermo rimane nelle sue vene, come canta in Cervello in fuga. «La sicilianità, l’essere testardo, caparbio, è un qualcosa che mi ha sempre caratterizzato e che caratterizza anche la mia musica», spiega via Zoom dalla sua città natale. «Nella mia musica ci sono tante inflessioni, non ho mai nascosto il mio accento, non ho mai cercato di edulcorare quello che è il mio suono. Più si sente da dove vengo meglio è. Nel disco ci sono tanti riferimenti alla Sicilia, sia linguistici sia dal punto di vista delle immagini. Sia Palermo sia la Sicilia hanno un ruolo fondamentale nella mia musica. Essere nato qui ha fatto sì che la mia musica fosse contaminata sin dalla nascita. Palermo è una città ricca di contaminazioni da tutto il mondo, basti pensare alla nostra cucina o alla nostra architettura, è una città fusion».

fusion. con la “effe” minuscola e il punto finale d’obbligo, come il titolo dell’album pubblicato alla fine dello scorso aprile. Un titolo suggerito da un aneddoto legato alla trasmissione AmaSanremo, nel corso della quale furono selezionati sei degli otto partecipanti alla gara delle Nuove Proposte a Sanremo 2021.

«Durante la trasmissione mi è stata mossa questa critica», ricorda Shorty, riferendosi a un commento negativo rivoltogli da Morgan, componente della giuria di qualità. «Mi disse: “Tu sei fusion”. Io in realtà non faccio fusion, non è il mio genere, è una definizione pertinente al jazz rock, ai Return Forever, ai Weather Report. La mia musica è una contaminazione non solo tra diversi generi musicali, ma anche fra culture e linguaggi diversi. Ci ho pensato un attimo e mi son detto: “Tu vuoi usare questo termine come una critica, però io sono questo: fusion, punto”. Quindi ho deciso di tenerlo come un manifesto». fusion., appunto.

Nonostante le riserve del blasonato ex Bluvertigo, Davide Shorty ottenne meritatamente il pass per salire sul palco del Teatro Ariston e partecipare alla gara nella sezione “Nuove proposte” con la divertente Regina. Come accadde nel 2015 a X Factor, dove si fermò a un passo dalla vittoria, anche a Sanremo non riesce a salire sul gradino più alto del podio. Si piazza secondo, ma fa razzia di premi della critica: sala Stampa “Lucio Dalla”, “Enzo Jannacci Nuovo Imaie 2021” e “Lunezia per Sanremo 2021” per il valore musical-letterario. Non solo. Oggi le radio trasmettono la sua canzone, mentre del primo classificato, Gaudiano, si sono già perse le tracce. Una vittoria morale, come accade anche tra i “Big”, con Musica leggerissima di Colapesce-Dimartino preferita dal mercato rispetto a Zitti e buoni dei Måneskin.

«Il Premio sala stampa ce lo siamo portati a casa», sorride Shorty. Per poi frenare l’entusiasmo. «Alla fine a Sanremo siamo un po’ tutti vincitori, quel tipo di competizione è un contesto televisivo che poco ha a che vedere con la musica. Io sono felice semplicemente di essere potuto salire su un palco in un momento in cui il palco non lo vedeva nessuno. Un privilegio e un onore».

Un palco che ha fatto da trampolino di lancio per fusion., raccolta di tredici canzoni specchio di un artista che celebra la diversità musicale e culturale. Un album moderno, internazionale nelle sonorità, dai contenuti sociali e politici. Un guanto di sfida in una scena musicale nazionale arenata su territori da sempre battuti, dove “il discografico vuole che faccia pop”, come canta in con/fusion.

«Fortunatamente la mia etichetta mi ha lasciato molto libero. Non so se l’Italia sia pronta alla mia proposta, a me interessa solo dare il cento per cento con i mezzi che ho. Io spero che la mia proposta possa varcare i confini, perché vorrei che l’immagine della musica italiana all’estero si rinnovasse e non fosse identificata con lo stereotipo del pop melodico. Vorrei che, come sta accadendo per artisti di Paesi non di lingua anglosassone, anche quelli che cantano in italiano riuscissero ad abbattere le barriere linguistiche ed a ritagliarsi uno spazio nel mercato internazionale».

Un Cervello in fuga Davide Shorty. «Sicuramente un cervello ce l’ho», si schermisce. «Andato via dalla mia città per cercare me stesso. In fuga da qualcosa? In fuga dall’ignoranza, forse. Però è assurdo. A volte penso che la Sicilia sia un posto talmente ricco culturalmente che è paradossale che ci sia questa ignoranza. Più che un cervello in fuga, sono un cervello alla ricerca».

In fuga dai demoni che più volte si affacciano fra le tracce dell’album. «Chi non ne ha?», chiede. «Tutti abbiamo i nostri demoni. Il demone con cui combatto più spesso è quello di non sentirmi all’altezza delle circostanze, della vita. Specialmente quando sei sovraesposto».

Come in questo momento. Nella morsa tra i riflettori per il successo sanremese e il buio delle luci del palcoscenico spente dalla pandemia. Una condizione che accresce la rabbia per quei governanti secondo i quali «con la cultura non si mangia» (Giulio Tremonti, ministro all’economia del governo Berlusconi nel 2010). “In Italia il musicista poi non è una professione / ce la fanno solo i ricchi, meno di uno su un milione” canta Shorty nella sarcastica Non si mangia una canzone.

«Musicista invece deve essere una professione. In Italia non è stata mai trattata come tale. Mi piange il cuore vedere miei colleghi vendersi tutto per poter campare una famiglia in un clima come questo. Trovo assurdo e spregevole per chi ci sta governando non tenere in conto la nostra categoria, come quella di tutto il mondo dello spettacolo. Siamo invisibili».

I temi dell’ingiustizia, della discriminazione razziale, dell’immigrazione e dell’ignoranza serpeggiano lungo tutto l’album. In Tuttoporto si fa cenno a un “brutto porco”. È Salvini? «Ognuno può trarre le proprie conclusioni, nomino chiaramente un partito», lascia intuire chiaramente. «Brutto porco è colui che ignora che tante persone perdano la vita per colpa di determinate politiche. È una persona che si disinteressa della vita delle persone e che tende a innalzare i muri piuttosto che ad aprirsi per cercare di aiutare o trovare una soluzione a un problema veramente grande».

Altro pezzo politico è Non respiro, riferimento al lamento di George Floyd mentre il ginocchio di un poliziotto lo pressava sulla gola. «Non solo George Floyd, tante persone afroamericane hanno detto quella frase prima di morire uccise dalla polizia. La canzone ha come spunto un episodio di cronaca dove si prende coscienza del fatto che avere la pelle nera in un mondo come questo significa dover correre tutta la vita. Penso che sia stato un momento chiave per capire il concetto di razzismo sistemico e di quello che è il cosiddetto privilegio bianco. Certe storie sembrano così lontane da noi, però sentiamo di quello che succede in Calabria, di braccianti immigrati che vengono massacrati, episodi di violenza su ragazzi italiani di seconda generazione. Le persone con la pelle scura sono sempre descritte in modo negativo, il delinquente è sempre l’immigrato, come se fosse sempre il nemico. È un retaggio del colonialismo. Si è quasi cercato di demonizzare persone alle quali noi abbiamo rubato. Noi siamo andati a casa degli altri a rubare, ci sono libri di storia a raccontarlo. Oggi è anacronistico parlare di razza. C’è solo una razza, ed è quella umana».

Ma c’è un brano su tutti che è il simbolo della musica e della scommessa di Davide Shorty. Sono gli oltre sette minuti di Abbannìa. Un capolavoro, straordinario per i suoni, il testo, l’interpretazione struggente, il pathos, la contaminazione tra generi. La giusta perla che chiude una delle uscite più interessanti del 2021.

«Questa canzone è nata mentre ero in studio con i ragazzi della mia band», racconta. «Non avevo dormito, avevo trascorso la notte in bianco. Eravamo in uno studio sul lago Maggiore, immersi nel verde. Io ero in dormiveglia e i ragazzi stavano gemmando quello che poi sarebbe diventata la base del pezzo, nata attorno a un giro di basso di Emanuele Triglia. E io stavo sognando una scena straziante: c’era una madre con un bimbo su una barca nel mare in tempesta e poi, poco dopo, erano distesi su una spiaggia, non saprei dire se fossero vivi o no. Ho aperto gli occhi e ho detto: “Che sta succedendo”. Ho cominciato a buttare giù delle frasi che sono diventate una poesia. E quella poesia è diventata una canzone, Abbannìa appunto. Poi abbiamo aggiunto le trombe di Roy Paci e la parte finale di Alessio Bondì».

Ovvero la crema della scena musicale palermitana che è diventata il faro culturale per tutta l’Isola, riconquistando quella centralità che Catania dagli anni Ottanta le aveva sottratto. «Vedo sempre più fermento, ci sono tante realtà che si stanno muovendo, tra cui Etnagigante di Roy Paci, 800A di Fabio Rizzo che ormai è tanti anni che si sta muovendo, poi c’è Peppe Longo di Yankee Shop che so che sta cercando di mettere insieme una sua realtà, poi ci sono i ragazzi della Rappresentante di Lista sempre con Roberto Cammarata, i ragazzi dei Candelai. Tantissime belle realtà. La Rappresentante di Lista è uno dei progetti più interessanti d’Italia degli ultimi quindici anni».

Per Davide Shorty si preannuncia un’estate in tour con la sua band: «Mi interessa poter girare e suonare non mi interessa capienza». Una ventina di date in compagnia della fidata band composta da Claudio Guarcello pianista palermitano, Emanuele Triglia bassista calabrese, Davide Savarese batterista campano. Tutto Sud per il “cittadino del mondo”.

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