Avevo 19 anni quando un giorno, a tavola, ho detto a mia madre: «Sono stata selezionata per l’Erasmus». Lei, che non conosceva questo progetto universitario grazie a cui ci si sposta di nazione in nazione per vivere un’esperienza di studio o di ricerca all’estero, ha continuato a mangiare concedendomi solo un «Ah, brava». Dopodiché le ho spiegato in cosa avrebbe consistito la mia esperienza e lei ha cambiato faccia.

Sarebbe stata la mia prima esperienza fuori dalla Sicilia, il mio primo viaggio in Francia, il mio primo semestre da studentessa fuori sede. «Ma parti sola?», ha quindi aggiunto con apprensione, «Una ragazza della tua età?». Le ho chiesto che differenza avrebbe fatto se fossi stata un ragazzo e lei si è limitata a rispondermi, lapidaria: «Be’, avrebbe fatto tutta la differenza».

La differenza di genere, quando si viaggia, dopotutto è sempre stata discriminante. Perfino nei cartoni animati che guardavo da bambina i marinai sostenevano che a bordo non potevano salire le donne, per non parlare dei romanzi d’avventura dei Grand Tour di qualche secolo fa che esistono solo grazie agli uomini illustri che ne sono protagonisti. L’ho capito meglio sulla mia pelle tutte le sere in cui sono rincasata da sola in Francia, ho preso i mezzi pubblici all’alba in Spagna, ho vissuto in uno studentato del Nord Italia o sono andata a visitare d’inverno le principali metropoli russe.

E l’ho ritrovato spiegato, chiarito, approfondito in un saggio che si intitola Donne in viaggio. Storie e itinerari di emancipazione, uscito per Edizioni Tlon nella traduzione di Nunzia De Palma. L’autrice è Lucia Azema, una giornalista, viaggiatrice e femminista francese che ha vissuto in Libano, in India e in Turchia prima di trasferirsi a Teheran nel 2017. Una donna che la sa lunga sull’argomento, insomma, non solo sul piano accademico e socioculturale, ma anche su quello personale.

L’ho letto con la paura di scoprire nuovi meccanismi di controllo dei corpi, con la curiosità di dare un nome a una tendenza sistemica che va avanti da secoli, con l’emozione di sentirmi chiamata in causa ad ogni “piè sospinto”. E fra citazioni illustri e riferimenti alla mentalità patriarcale che ci trasciniamo dietro, ci ho trovato soprattutto nuove argomentazioni da cui partire per sentirmi più consapevole quando parto, più a mio agio quando mi sposto, più in diritto di essere una libera cittadina del mondo, nonostante il mio sesso biologico e al di là di quest’ultimo.

Per decolonizzare il viaggio e riappropriarsi dei suoi benefici, d’altronde, secondo Azema bisogna “decolonizzare il suo immaginario. Distinguere il vero dal falso, le illusioni dalla realtà: un lavoro sotterraneo, una geografia dell’as­senza”, che parte inevitabilmente da una discesa in quella grotta interiore “nella quale ci raccontiamo le nostre storie ispirate alla realtà – storie che rinegoziamo man mano che vivia­mo incontri ed esperienze con l’Altro”, o man mano che permettiamo alla lettura di suggerircene di nuove.

Non mi era mai capitato di paragonare un testo a un viaggio fino a tal punto, di rendermi conto che grazie alla carta stampata avrei potuto percorrere meglio e di più la distanza che ancora mi separa da tanti luoghi intorno a me. Con Donne in viaggio è successo, e mi ha segnata così questo volume, reinsegnandomi a muovere un passo dopo l’altro di fronte a me, ricordandomi di quale privilegio gode chi può mettersi in cammino e dandomi gli strumenti giusti per rivendicarne il valore.

Ultimo – ma non per importanza – mi ha peraltro regalato una citazione alternativa a quella di Mark Twain che si ripete ogni volta in cui si parte: «Tra vent’anni non sarai deluso dalle cose che avrai fatto, ma da quelle che non avrai fatto.  Quindi molla gli ormeggi, esci dal porto sicuro e lascia che il vento gonfi le tue vele.  Esplora. Sogna. Scopri». Una su misura di donna, che mi farà compagnia già a partire dalla prossima gita fuori porta: «Faccia a faccia con l’universo, al suo posto debitamente riconquistato, la viaggiatrice non ha più niente da dimostrare. Tutta l’emozione e la potenza dei luoghi, la gioia, la tristezza o la paura contenute in questi spazi, tutto prorompe: è il momento di salpare».

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