Qualche mese fa raccontavo di non aver mai letto romanzi o racconti ambientati a Parigi, perché per farlo aspettavo il momento in cui l’avrei visitata per la prima volta dal vivo. A dicembre sono stata finalmente fra i suoi quartieri e i suoi boulevard, fra parchi e musei, bistrot e metropolitane, e così a gennaio ho letto la mia prima storia ambientata proprio lì: Sindrome da panico nella Città dei Lumi, di Matei Vișniec. Uno scrittore rumeno portato in Italia da Voland, nella traduzione di Mauro Barindi.

Si potrà obiettare che un libro su Parigi non è un libro su Parigi, se non lo scrive un francese. A me invece sono sempre gli sguardi stranieri a interessare di più, gli sguardi di una qualche alterità (nel caso di Vișniec perfino parziale, essendo lui comunque naturalizzato francese). Non per niente, la volta in cui da Parigi ci ero solo passata, dall’aeroporto alla Gare de Lyon, per poi prendere un treno fino alla Franca-Contea, mi ero messa a chiacchierare con un autista serbo. O meglio, era stato lui a mettersi a chiacchierare con me. «Qui c’è il supermercato di quel brutto attentato», mi diceva, «Qui viene sempre a giocare mio figlio. E qui, ah!, qui fanno delle crêpes da leccarsi i baffi».

All’aeroporto avevo tempo da vendere, prima della partenza, e così l’avevo regalato a quell’autista. Mi aveva portata a mangiare un sandwich e a bere un succo di frutta in un bar sotterraneo, destinato a chi in aeroporto ci lavorava. Non ricordo minimamente di cosa abbiamo parlato, perché ero troppo concentrata a chiedermi se quell’incontro stesse accadendo davvero, fra una ventenne al suo primo viaggio all’estero da sola e un cinquantenne che al telefono parlava in una lingua incomprensibile.

Non ho mai sentito parlare di Parigi con lo stesso amore di quell’autista, però. Questo me lo ricordo. E so che è lo stesso tipo di amore che ho ritrovato in Vișniec: informale e debosciato, rabbioso e carnale. Un amore sventrato da chissà quale dolce delusione, tenuto in vita da chissà quale invisibile magia nera. Un amore che peraltro nel romanzo è dedicato sia a Parigi sia alla letteratura stessa. O meglio: all’editoria, agli autori, alla scrittura, ai libri. A tutto quell’apparato di pratiche e di tecniche che se non si conosce porta poi centinaia di volumi pronti a urlare in libreria, per lamentarsi se qualcuno non li sfoglia da troppo tempo.

Un’ode a Parigi e ai libri, insieme, in un’opera surreale e dal sapore tardonovecentesco. Solo un non-francese poteva riuscire a costruirla tessendo fili così sottili, così bislacchi. Raccontando personaggi ai limiti della credibilità, della follia, della compassione. Si sviluppa in 327+1 pagine (cioè 327 pagine di storia + 1 di poesia), Sindrome da panico nella Città dei Lumi, e non ce n’è una in cui non risparmi l’Europa occidentale od orientale che sia, non snoccioli metafore devastanti sulla bellezza incompresa (e dimenticata) della lettura, o sulla necessità impraticabile di una buona scrittura.

Sono arrivata alla sua conclusione turbata e divertita. Preoccupata per la mia fantasia, per il modo in cui Vișniec se n’era preso cura schiaffeggiandola un po’. E ho notato tutti gli occhielli che avevo accumulato fra le pagine, decine e decine di evidenze della sua mirabilità. I personaggi di un romanzo simile li conosce chiunque nella vita fugga, tremi, tema qualcosa. Sono gli inappagati, i sognatori, gli indomiti – e stanno tutti là (nonché nel nostro stesso mondo) a prendere lezioni da uno pseudo-editore/santone, ora pendendo dalle sue labbra e ora prendendole a pugni, le sue labbra, per la triviale rigidità dei suoi ideali.

E io, che per pura coincidenza stavo intanto ascoltando Mad world di Gary Jules, dopo la poesia finale mi sono detta: «Eccolo, il libro che mi serviva». Uno che usa sé stesso per salvare quanti più libri possibili, per annaffiarli prima che nascano, per prenderli perfino un po’ in giro. Eccolo, un libro su Parigi che Parigi potrebbe per davvero voler bene, nonostante non ne esca poi così bene da certi capitoli. Un libro in cui la lingua può essere una belva feroce, o una parola come tempo fra le più ruffiane del dizionario: segnatevelo, se vi va. Mirabolante per com’è. E vedrete quanto lui finirà a quel punto per segnare anche voi.

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