Siamo famosi per la nostra abitudine di toccare gli altri per esprimere una vicinanza per cui le parole sembrano non bastare. La filosofia ci spiega che questo è molto più di un nostro vezzo

Mentre esperti si interrogano sulla portata del cambiamento imposto dal lockdown, il siciliano, dal caldo del suo cantuccio, offre a tutto il mondo lezioni di cucito sociale. Il buon meridionale infatti non prenderà 9 in economia o in sanità, ma c’è una materia su cui è più sperto di tutti: antropologia. Noi siciliani, abbiamo infatti una precisa idea della natura umana: siamo convinti che se non ci salutiamo con baci non godiamo della compagnia dell’altro; se non premiamo con il polpastrello dell’indice la schiena del passante (come fosse un campanello), questi non si gira. Ma soprattutto siamo fermamente convinti che se non tocchiamo ripetutamente e snervatamente il nostro interlocutore mentre gli parliamo questo non ci presta attenzione. Si capisce quindi perché l’obbligo della distanza sociale scuote in modo così viscerale questa terra. Perché con le mani creiamo non solo oggetti ma umanità. Il nostro è infatti uno dei dialetti più “toccati” al mondo. Cosa si cela dietro questo misterioso e strano modo d’essere? E in che senso può offrire spunti per risollevarci dalla situazione che stiamo vivendo?

Per rispondere a queste domande – svelano alcuni filosofi – occorre partire da un quesito ancestrale: «Da quando vi sono uomini? Che è l’uomo? Per quali vie è diventato uomo? La risposta suona: in grazia della nascita della mano. È questa un’arma senza pari nel mondo». Lo spiega Oswald Spengler in L’uomo e la tecnica. «Coi sensi – aggiunge – si differenzia pure il modo di avere un mondo»: negli erbivori lo sviluppo del fiuto li rende difensori; nei carnivori quello dell’occhio li rende dominatori; negli uomini la mano li rende creatori. È un pensiero che risale al De Anima di Aristotele per il quale, non solo «senza la facoltà tattile non esiste alcun altro senso», ma organo del tatto è il cuore. Questa consapevolezza lascia traccia in alcuni modi di dire. Non diciamo infatti ancora oggi “non hai tatto” per accusare qualcuno di mancanza di delicatezza? E per dire che qualcosa ci emoziona, non diciamo “è toccante”? Il siciliano nella sua invadenza vuole essere “toccante”. È una strategia per sentire chi hai vicino, per destarlo se non ti sta ascoltando e rendere il discorso interattivo. Non solo. Avete presente la Creazione di Adamo di Michelangelo? Avviene per contatto. Il con-tatto crea e chi crea è immortale. Da Campo de’ Fiori Giordano Bruno apre lo Spaccio de la bestia trionfante e ci legge che «gli dei aveano donato a l’uomo l’intelletto e le mani, e l’aveano fatto simile a loro donandogli facultà sopra gli altri animali; la qual consiste non solo in poter operar secondo la natura et ordinario , ma et oltre fuor le leggi di quella» e «de maniera che non contemple senza azzione, e non opre senza contemplazione». La mano è simbolo della grande libertà dell’homo faber fortunae suae. L’importanza su tutti del quinto senso è evidente dalla nascita: ci danno il benvenuto con una pacca sul culetto. Poi arrivano i baci, gli abbracci e le parole mamma e papà. La pronuncia di queste due obbliga le labbra a toccarsi ben due volte, quante le sillabe che contengono: il loro infatti è il tocco che ci plasma per sempre.

Quante cose fa una mano? Quante cose dicono le nostre mani? Quanti ricordi e quanti futuri costruiscono? Certo, possono anche distruggere. Come scrive Spengler, «nessun altro animale da preda sceglie l’arma. L’uomo non solo la sceglie ma la fabbrica». Gli spagnoli, culturalmente vicini, anche per dire suonare uno strumento, utilizzano il verbo tocar. E allora tocchiamoci per ridare al mondo la sua armonia. Nella mano, scrive Spengler, «si aduna in lei l’attività della vita». Per ricucire il tessuto sociale, provato dalle sofferenze e dalle distanze, il meridionale insegna che occorre ripartire da qui, dal darci una mano.  


Questa è la versione aggiornata dell’articolo originariamente pubblicato il 31/07/2018.