I giovani urlano:
«Stateci a sentire!».
Ma il mondo è pronto
per essere stravolto?

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Le recenti manifestazioni in piazza a favore dell’ecologia, scaturite dall’incitamento della 16enne svedese Greta Thunberg, hanno sollevato un tema ancora più ampio, ovvero il confronto adulti-ragazzi. Da una parte l’autorità costituita che rivendica la correttezza del proprio operato; dall’altro il nuovo che avanza e che chiede un ruolo di primo piano nel futuro da scrivere. Può esserci una mediazione? E come coinvolgere gli scettici che non hanno manifestato?

Ricordate il dipinto che Eugène Delacroix realizzò nel 1830? Sì, esatto, quello in cui una fanciulla piuttosto intraprendente impugnava il tricolore francese piazzandosi a capo di una marcia rivoluzionaria che rivendicava a Parigi il rispetto dei diritti sociali ed umani fondamentali. Come si chiamava? Ah, sì, La Libertà che guida il popolo.
Perché questa scena ha un che di familiare? Per scoprirlo, facciamo un salto fino ai nostri giorni: le barricate sono scomparse, i cannoni hanno lasciato spazio alla scenografia dei fumogeni e al posto delle bandiere ad essere agitati sono striscioni riempiti di slogan accattivanti. Il motivo non è poi così differente: è la lotta per un futuro migliore, che rompa col passato. Chi, questa volta, vi domanderete, ha mobilitato gran parte del mondo? Una ragazzina svedese di 16 anni, che partendo da un sit-in davanti al Parlamento del proprio Paese è arrivata a discutere della questione climatica con le Nazioni Unite e a convincere milioni di ragazzi a scendere in piazza per quello che lo scorso 15 marzo si è concretizzato come il Friday for future. Fa certamente sensazione che un’attivista così giovane abbia avuto una tale presa sulle nuove generazioni del globo. A quali fattori è dovuta la risonanza mediatica di questo caso? E cosa può dirci questa dinamica sui tempi che stiamo vivendo?

OLTRE IL CLIMA C’È DI PIÙ. Decine di migliaia di studenti, infatti, hanno invaso le strade di metropoli come Roma e Milano, ma se prendiamo in esame il caso di Catania il numero dei partecipanti ha fatto fatica ad arrivare ad un migliaio. Differenza demografica rispetto ai grandi centri, certo, ma probabilmente non è tutto. Perché, se Alessandro, che frequenta un noto liceo scientifico etneo, ci rivela che l’adesione della sua classe è stata dettata dalla volontà di scampare alla temutissima interrogazione di filosofia (e che su 25 studenti soltanto in 4 hanno poi presenziato al corteo), e Claudia, frequentante il liceo artistico, ci confessa che la sua classe ha ritenuto sacrificabile l’urgenza del tema ambientale per andare a scuola a sostenere il compito di storia, forse la nostra prospettiva su questa vicenda merita un minimo di aggiustamento. E se dietro alla contestualizzata protesta ecologica si celasse un malessere più diffuso e profondo? I due diversi casi di studio sembrano confermarlo: non si tratta solo di chiedere un pianeta più pulito, ma di pretendere, da parte delle generazioni che si apprestano a ricevere le redini di questo mondo, voce in capitolo rispetto ai grandi dibattiti contemporanei. I motti ambientalisti sono solo una delle possibili declinazioni: i giovani vogliono essere ascoltati, riconosciuti più maturi e in grado di dare un contributo effettivo e innovativo. E quelli che in piazza, invece, non ci sono andati? Forse dovremmo occuparci anche di loro. Non tanto, e non solo, perché la custodia del futuro del pianeta che abitano non ha in loro quel potere persuasivo che ha altrove, ma anche perché questa rinuncia potrebbe significare altro. Potrebbe voler dire che si sono rassegnati all’idea che i loro sforzi, e quindi anche le loro manifestazioni di dissenso, cadranno sempre nell’indifferenza. Vale la pena – forse si chiederanno questi stessi ragazzi – battersi per qualcosa che non li coinvolge più nella loro totalità emotiva?

I GIOVANI PER I GIOVANI? Non più tardi di qualche anno fa, niente poco di meno che l’attuale Pontefice aveva preso profondamente a cuore la questione della salvaguardia del globo, pubblicando l’enciclica “Laudato si” che richiamava gli uomini ai propri doveri nei riguardi della casa comune che ci ospita. L’iniziativa aveva riscosso plausi e approvazione. Ma è altrettanto vero che non ci furono mobilitazioni di massa per ribadire con forza ancora maggiore questo concetto. Eppure il tema è lo stesso che ha consentito alla fino a qualche mese fa sconosciuta Greta di coagulare attorno a sé un consenso ben più ampio. Sorprendente, ma neanche troppo. Forse questo scarto non è altro che il segno dei tempi: tempi in cui i giovani sono stimolati a impegnarsi in questo tipo di battaglie soltanto se spinti da un coetaneo, in cui le presunte autorità e autorevolezza degli adulti – spesso senza le dovute distinzioni – hanno un retrogusto di ipocrisia che le rende indigeste, almeno nel nostro Paese, dove l’attimo prima sei un giovane inesperto e l’attimo dopo una via di mezzo senza precisa collocazione. Magari, Greta ha trovato qualcuno disposto ad ascoltarla perché figlia di un contesto politico e sociale ben diverso dal nostro. Vi siete chiesti come sarebbero potute andare le cose se fosse stata italiana? Avremmo trovato il tempo e la voglia per prenderla sul serio?

GENERAZIONI A CONFRONTO. Si profila così uno scontro generazionale. Ma dagli scontri, a volte, può venire fuori una terza via inaspettata, una nuova sintesi. Tra il tentativo, cioè, di imporre una nuova autorità che faccia dell’ascolto il suo punto di forza e quello di mantenere lo status quo può esistere una compenetrazione? Rispondere non è semplice, e come spesso accade sarà il tempo a fare da giudice. Forse prevarrà il sistema esistente, voglioso di mantenersi in salute con le proprie forze; forse prevarrà il ribaltamento auspicato da chi nei giorni scorsi avanzava con gli striscioni; o forse, alla fine, i giovani prenderanno per mano chi li ha preceduti. E chiederanno di farsi insegnare ciò che di buono è stato fatto e li condurranno verso nuove visioni. Non rinnegando il passato, ma perfezionandolo.

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