L’intervista: «Quando dipingo per i bambini siriani non rappresento mai immagini strazianti. In Europa, invece, il mio lavoro racconta la realtà»

«La Sicilia somiglia molto al Medio Oriente. Qui le persone sono socievoli e disponibili come i siriani, ma l’attivismo è possibile. In Siria no». Diala Brisly ha 40 anni, indossa una gonna che sembra una tavolozza e ci accoglie con un sorriso genuino e tenace. Cresciuta a Damasco, dove ha lavorato come illustratrice, nel 2014 ha iniziato a dipingere murales nei campi profughi in Libano, aiutando i bambini a guardare oltre la violenza dando loro pennarelli e pennelli. Fuggita da quelle terre, dopo aver ottenuto asilo politico in Francia, oggi lavora a Berlino ma continua a disegnare per i profughi, realizzando opere su tessuto che – attraverso una rete di volontari – vengono ancora appese nei campi. L’abbiamo incontrata in occasione della sua ultima visita nell’isola, durante la quale ha realizzato due murales: uno insieme ai bambini dell’Istituto comprensivo Fontanarossa di Librino a Catania e l’altro con i ragazzi dell’Istituto penale per minori di Acireale.

«I detenuti mi hanno confessato che gli manca sentirsi vivi: l’arte ricorda come possa esistere un futuro diverso»

Dai profughi siriani ai giovani detenuti, passando per gli abitanti di un quartiere difficile. Qual è il senso del tuo impegno?
«Queste attività sono uno stimolo per sperare e interagire. Perciò, anche se la priorità rimane la causa del mio popolo, ho molto a cuore questi progetti. I detenuti, ad esempio, mi hanno confessato che gli manca sentirsi vivi: l’arte ricorda loro l’infanzia che hanno perso e come possa esistere un futuro diverso».

©Diala Brisly

È per lo stesso motivo che hai cominciato a dipingere per i profughi siriani?
«Molti dei 10 milioni di sfollati dalla guerra in Siria si rifugiano nei campi libanesi, dove le scuole-tenda non bastano e spesso i bambini finiscono preda di fanatici che li istigano alla vendetta addestrandoli inoltre all’uso delle armi. Ho usato l’arte per raccontare quella realtà: il mio primo disegno, in questo senso, denunciava lo stato delle donne nella prigione di Adra. Quando lavoro per i bambini, invece, mi concentro su  disegni semplici e luminosi, in modo che ognuno vi si possa riconoscere e trovare la speranza e la libertà che mancano».

Oggi vivi in Occidente. È cambiato qualcosa nel tuo modo di fare arte?
«Tutto cambia in base al pubblico. Quando dipingo per i bambini siriani non rappresento mai immagini strazianti, bensì di speranza. In Europa, dove la condizione del mio paese non è conosciuta, invece, i miei lavori raccontano la realtà. Le illustrazioni del libro “Se chiudo gli occhi” sono molto tristi e per questo non voglio che la storia venga tradotta in arabo. Ad esempio, in una pagina ho raffigurato i bambini che non riescono ad afferrare dei libri che volano, mentre in un murales che ho spedito in Libano il finale è capovolto: i bambini volano felici insieme ai libri. Arte vuol dire anche responsabilità».

«Quella in Siria non è una battaglia interna al popolo, ma fra questo e il governo di Bashar al-Assad sostenuto dalla Russia e da altre potenze internazionali»

Hai parlato di una necessaria presa di coscienza da parte dell’Occidente. Credi che la stampa abbia sbagliato qualcosa nel modo di trattare la guerra civile?
«A noi non piace parlare di guerra civile, lo fanno i media per far sentire i potenti meno colpevoli. Non è una battaglia interna al popolo, ma fra questo e il governo di Bashar al-Assad sostenuto dalla Russia e da altre potenze internazionali. I media parlano solamente dell’Isis, dei morti che ha causato e del patrimonio che ha distrutto, ma non dei crimini del presidente siriano. Penso che in certi paesi, come l’Italia, l’informazione sia incompleta. È importante che i giornalisti cerchino le notizie anche in altre lingue quando nella loro sono limitate».

Che progetti hai per il futuro?
«Nel fumetto che sto realizzando a Berlino racconterò la realtà siriana precedente alle primavere arabe. Molti sono convinti che i problemi siano sorti dopo la rivoluzione, ma la verità è che anche prima non stavamo bene. Venivamo cresciuti come piccoli soldati: a scuola dovevo indossare l’uniforme e studiare materie militari. Quando ero in Siria dei rappresentanti del governo sono entrati nella mia mail. Sotto il regime ba’thista non c’è mai stata libertà».

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