Il Cantico dei cantici
in versione distopica
nella rilettura
di Roberto Latini

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L’attore romano, ha portato in scena al Centro Zo il poema biblico con una chiave di lettura originale, ispezionando a fondo il concetto di amore fisico, passionale ed estremo

«Sucker love is heaven sent. You pucker up, our passion’s spent. My hearts a tart, your body’s rent. My body’s broken, yours is spent». Sceglie il pezzo dei Placebo “Every you and every me”, con la sua introduzione ritmata, Roberto Latini per accompagnarci dentro questa sua versione del Cantico dei cantici, andata in scena qualche giorno fa al Centro Zo per una data unica in Sicilia. Una versione distopica del poema contenuto all’interno della Bibbia e attribuito a re Salomone in cui protagonista è una figura borderline, rossetto scarlatto, due occhi pesti di ombretto nero e una parrucca che ricorda tanto la rockstar Sean Penn nel film di Sorrentino. Una sorta di dj che dentro la sua cabina on air recita i passaggi salienti del testo, alternando le parti corrispondenti a ciascuno dei due amanti, con un taglio netto. La connotazione religiosa si è persa come anche la pedissequità delle parole per lasciare spazio al sentire, a un flusso di energia senza limiti che raggiunge il picco più alto alla fine.

MASH-UP DI GENERI Sono pochi i gesti mentre l’attore è seduto alla radio, qualche tiro a una sigaretta, le parole sussurrate con sensualità al microfono con un timbro profondo mentre scorre la musica. All’improvviso si toglie le cuffie e il suono anche per noi spettatori si fa lontano, ovattato; subito pensi a un problema al mixer ma ben presto capirai che è così che l’ha immaginato. La platea si dovrà sporcare le mani stavolta stando al gioco, all’azione, anche se immobile. Non fai neanche in tempo ad accoccolarti tra le note delle composizioni profonde e intense di Gianluca Misiti che uno strappo, una lacerazione arrivano con un rumore intenso e ti catapultano dentro un altro sentimento. La sensazione questa volta è di disagio, ti senti stringere un nodo alla gola mentre ascolti la sua voce farsi roca, sporca, nera; è frenetico nei gesti e intanto fuma, si tocca, vorrebbe telefonare a qualcuno, chissà a chi. È forse l’amore? Ripone subito la cornetta. Esce fuori dalla sua stanza, all’esterno c’è una panchina basculante che ricorda tanto il movimento di un dondolo, di una culla, rallenta le sue azioni intanto che si sente da lontano la musica composta da Ennio Morricone per C’era una volta in America e arrivano anche le battute di Deborah a Noodles riprese proprio dal Cantico. È un continuo richiamo, un mescolamento di generi all’apparenza diversi: cinema, teatro, letteratura e musica.

DENTRO-FUORI Colori forti, sgargianti, pop, innaturali per le luci di Max Mugnai che restituiscono una dimensione alterata come sotto effetto di stupefacenti. Alle volte è come se il personaggio, che si struscia con l’asta del microfono, che mostra la sua virilità usando una pianta, intanto che si dimena con movimenti felpati sulla musica di Bob Sinclair stia immaginando tutto dentro la sua testa. È affascinante il modo in cui un componimento così antico possa interagire in maniera tanto forte con l’artista, anche adesso a distanza di secoli. Che l’opera fosse stata d’ispirazione per altri maestri, era una certezza, tanto che lo stesso Chagall ne prese le mosse per realizzare cinque tele ma che potesse mescolarsi al teatro contemporaneo in questo modo è sbalorditivo.

FORTEBRACCIO TEATRO L’esperienza di Latini, Misiti e Mugnai è forte ed affonda le radici nel teatro di sperimentazione e ricerca. Un lavoro che gli è valso una serie di premi fino all’Ubu 2017 per Cantico dei cantici come progetto sonoro o musiche originali e come miglior attore o performer. Termine sicuramente più consono quest’ultimo nel caso di Latini, proprio a sottolinearne non sole le capacità interpretative ma anche quelle di correlazione fra stili. Il Cantico è la quarta tappa del suo progetto Noosfera dopo Lucignolo, Titanic e Museum; un modo per reinterpretare la concezione del pensiero umano e della coscienza del teatro.

Applausi, lunghi, mentre ancora stordito sotto l’effetto della droga più potente ritorni in te. È questo il teatro che ci piace, quello che ti porterai dentro per giorni, settimane, per sempre.

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