Il mistero del marchese di San Giuliano: da nobile catanese ad assassino

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Quando Orazio Paternò Castello, futuro marchese di San Giuliano, scappa via per mare, una nube di mistero si alza sul suo personaggio. Per molto tempo nessuno sarà a conoscenza del suo destino, il motivo di tale fuga repentina è però agghiacciante: un uxoricidio per gelosia

È il 1784 quando un urlo squarcia la notte e disturba il riposo della famiglia del marchese di San Giuliano che dorme nell’omonimo palazzo in Piazza Duomo. Orazio Paternò Castello, figlio del marchese di San Giuliano, uccide la moglie e la sua dama, accorsa in suo aiuto, per gelosia.

IL DELITTO. A testimoniare il cruento uxoricidio una terza vittima, riuscita a scampare la morte: la nutrice del figlio, che in preda al panico buttò a terra il bambino e scappò via. Il primo a dare notizia dell’evento è il marchese di Villabianca nel Diario Palermitano, mentre è Francesco Paternò Castello di Carcaci a riferirci una data: è il 15 marzo quando, stando alle sue parole, nel Regno si diffonde la notizia dell’omicidio. Eppure il matrimonio tra Rosana Petroso e Grimaldi, e il marito Orazio, avvenuto 7 anni prima (1777), era sembrata un’unione felice, insieme avevano avuto tre figli e ricche eredità. La famiglia risiedeva presso il palazzo di San Giuliano in Piazza Università, costruito nello stile tardo-barocco che contraddistingueva la ricostruzione post terremoto del 1693. Qui, nell’ala di levante, vi era la “camera rossa” che corrisponde alle ultime due finestre in alto a sinistra, l’unica delle stanze del palazzo ad essere identificata per il suo nome. Fu questo il luogo in cui avvenne il duplice omicidio ed è per questo che fino alla morte dell’erede di Orazio e Rosana non si ebbero cambiamenti in palazzo, tutto rimase come era, anche i lavori di completamento del palazzo ebbero un arresto. Se a Catania il vicerè Domenico Caracciolo cercava il fuggitivo, quest’ultimo in realtà dopo essersi nascosto nella chiesa di San Nicolò la Rena, con l’aiuto dei parenti, il barone della Bruca Scammacca e lo zio materno Francesco Gravina, aveva preso il mare. Il Villafranca che aveva seguito con perizia il processo e la messa al bando di Orazio, lo diede disperso in mare. Conclusione che fu condivisa da molti all’epoca.

IL DESTINO. A scoprire le tracce dell’avo scomparso è Antonino Paternò Castello, V marchese di San Giuliano, che dopo essere diventato giovanissimo, a soli 27 anni, sindaco di Catania, si era distinto in politica come ministro e ambasciatore. Sicuramente uno degli uomini più illustri della famiglia,ebbe profondi legami di amicizia con i potenti del mondo, come il sovrano inglese Edoardo VII che gli fece visita durante un suo viaggio in Sicilia con la madre la Regina Vittoria e la cugina, la zarina di Russia. Fine intellettuale, si recò diverse volte in Libia, ed è per questo che lesse le Lettere da Tripoli scritte e ricevute tra il 1783 e il 1893 dal console britannico Richard Tully: è una sua anonima parente che ci racconta dell’incontro con un “Drugganeer” (un direttore delle dogane). Questi le confessa di essere in realtà il marchese di San Giuliano che pazzo d’amore per la moglie, dopo aver sentito voci di un suo tradimento con il Principe di Calabria, la fece seguire, scoprendo che effettivamente i due si frequentavano assiduamente. Furioso allora andò al palazzo e qui fece fuori la moglie e la serva. Da qui le sue avventure per mare: egli navigò da Napoli dove fu catturato da un Turco e fu portato in Libia dove, dopo aver cambiato fede ed aver seguito la parola di Maometto, divenne un “rinnegato” e cioè uno di quegli europei islamizzati che ricoprivano posti di un certo potere.

Nel 1936 nel suo I Paternò di Sicilia Francesco Paternò Castello riferisce un episodio curioso. Racconta infatti che un giorno un arabo barbuto sbarcato da poco a Catania chiese di poter incontrare il marchese Antonino di San Giuliano, i due ebbero un colloquio del quale il marchese non volle mai riferire il contenuto, si dice che in punto di morte provò a svelare al figlio Benedetto il suo segreto senza però riuscire a proferir parola. Nonostante vi sia stata data una conclusione, seppure non sia certo che a parlare con la parente di Tully potesse essere stato davvero Orazio, il suo barbaro e cruento omicidio, che tanti aveva sconvolto, piano piano fu dimenticato fino ad assomigliare sempre di più a una storia lontana ed esotica, come quelle raccontate da Sherazāde.

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