Pippo Pollina, cantautore palermitano, è uno di quegli strani e incomprensibili fenomeni che spesso caratterizzano la musica italiana. Fa parte della schiera di artisti costretti a cercarsi una seconda patria oltr’Alpe, prima di ottenere i meritati riconoscimenti in Italia. Un drappello del quale hanno fatto parte il compianto Gianmaria Testa, Agricantus (con i quali Pollina ha mosso i primi passi sulle scene musicali), Gianna Nannini, per citare i casi più noti. E al di là dei confini, il musicista palermitano è diventato un vero e proprio idolo, tant’è che il suo nuovo album Canzoni segrete è al secondo posto nella hit parade della Svizzera, Paese nel quale risiede da 35 anni, al diciottesimo in Germania, al trentesimo in Austria «e proprio oggi mi hanno comunicato che è entrato in classifica anche in Italia, al diciannovesimo posto», rende noto mentre sorseggia un caffè in un bar romano.

Un risultato sorprendente e incredibile. E non solo perché Pippo Pollina ha scelto di vivere a Zurigo, alla periferia dell’impero, continuando a cantare in italiano in un territorio di lingua madre tedesca. Ma perché il cantautore ha scelto di non ricorrere alle opportunità offerte dalla tecnologia, puntando soltanto sui vecchi supporti fisici: il cd e il vinile.  “Io mi diverto ancora a scrivere canzoni / per questo lo faccio volentieri / non certo per fare i milioni” canta in Abbiamo tutti, uno dei brani contenuti in Canzoni segrete.

«Sono contro questo sistema, questa idea di svilire il prodotto artistico, di ridurlo a un “clic”»

«Non mi troverete su Spotify o Apple Music o qualsiasi altra piattaforma digitale», spiega con orgoglio e coraggio. «Sono contro questo sistema, contro questa idea di svilire il prodotto artistico, di ridurlo a un “clic”. Chi vuole, compra il cd o il vinile, oppure niente. La musica deve avere un valore, io non pago con un clic il caffè al bar. È anche un modo per invitare il pubblico ad ascoltare con coscienza la musica. Lo streaming, il formato mp3 tendono ad appiattire i suoni. Né si può ascoltare una canzone mentre si fanno mille altre cose. Se la maggior parte dei miei colleghi facesse la stessa scelta, questo mestiere ritroverebbe dignità. L’artista e tante altre professioni che ruotano attorno al mondo della musica sono state disintegrate dalla musica liquida».

Una degenerazione della scena musicale che Pollina mette all’indice sempre in Abbiamo tutti: “Giovani di dubbia razza e molte speranze / spremuti come limoni al sole / promesse e giri di parole. / Un minuto un’ora di notorietà / ché uno su mille ce la fa / poi tutti a bere un drink laggiù in città”, canta. Nel mirino l’industria discografica oggi tutta concentrata sui talent.

«È un modo di svilire l’arte quando tutto diventa competizione», accusa. «Trattare la musica in modo sensazionalistico è avvilente. Non si può ridurre l’arte a una gara insulsa, sottoposta al giudizio di un pugno di “scienziati”. Sembra di tornare ai tempi del Colosseo e dei gladiatori. È la morte della musica».

Il cantautore siculo-svizzero più volte si è trovato di fronte a un bivio. Sin da quando – ancora studente di Giurisprudenza – faceva il cronachista nel giornale diretto da Pippo Fava

Una decisione coraggiosa. Pippo Pollina sembra l’alieno di Senti le cicale, l’unico ad ascoltare il canto delle cicale, a percepire quelle piccole cose quotidiane oscurate «dalla follia delle metropoli, dall’isteria delle masse». Una scelta che coincide con il momento di riflessione dell’artista al bivio dei sessant’anni. «Ci sono momenti in cui entri in un’altra fase della vita, tracciata da eventi più che da dati anagrafici. E davanti ai quali devi trovare un nuovo ruolo, devi riposizionarti. Sono bivi e devi scegliere quale strada imboccare, sapendo che sono percorsi differenti che portano a mete diverse», spiega. «Può accadere dopo aver dato l’addio ai genitori, che non ci sono più, o ai figli che vanno via di casa. È una forma di addio anche a una parte della tua vita. Bisogna prepararsi a una serie di dipartite. Hai due modi per interpretare questo passaggio: avere un ruolo attivo o darti alla contemplazione».

Ph. Lena Semmelroggen

Il cantautore siculo-svizzero più volte si è trovato davanti a un bivio. Sin da quando, ancora studente universitario di Giurisprudenza, faceva i primi passi da cronista di nera e di politica nel giornale “I Siciliani giovani”, diretto da Pippo Fava. «Fu un incontro che mi cambiò la vita», ricorda. «Avevo già fondato gli Agricantus, con i quali facevamo antimafia nelle scuole. Fui impressionato dai ragazzi che lavoravano nella redazione di Fava, dall’ardore e dalla passione con cui svolgevano il loro lavoro. Erano tempi duri, esistevano molti pericoli per chi voleva fare il mestiere del giornalista. La mafia colpiva a 360 gradi: magistrati, giornalisti. Era una lotta impari, c’era complicità tra Cosa Nostra e il potere politico. L’omicidio di Fava per me fu uno spartiacque decisivo. Così decisi di partire».

Con una chitarra a tracolla, a metà degli anni Ottanta, Pippo Pollina risale tutta la penisola, oltrepassa i confini e vaga per tutta l’Europa sostenendosi con i ricavi di qualche canzone suonata sul marciapiede all’angolo di una strada o di una piazza nelle città dove si fermava. È a Lucerna, in Svizzera, che viene avvicinato dal cantautore Linard Bardill «che mi fece capire che esisteva un sistema culturale diverso, che si basava sul criterio di valorizzazione, più vicino alle mie corde».

Il busker palermitano diventa un cantautore. Che oggi può vantare più di una ventina di album e di riconoscimenti, la collaborazione con colleghi come Franco Battiato e Georges Moustaki, amici che non ci sono più.

«Con Franco siamo stati molto amici», si commuove. «L’ho conosciuto a Milano a casa sua, nel 1990, perché avevamo interessi filosofici in comune e lui ospitava un circolo nel quale si dibatteva su figure come Gurdjieff. Così nacque la nostra amicizia. Nel ‘97 lui venne a Zurigo e io lo invitai a un mio concerto. Solo allora lui scoprì che ero un musicista e si arrabbiò perché non gli avevo detto nulla. Battiato resterà uno dei più importanti artisti del Novecento, come Sciascia, Guttuso, Pirandello».

Nell’album, la Sicilia resta distante: è un ricordo lontano nel tempo, è l’Etna in eruzione, è il fantasma di una grande vittoria del Palermo

Con Moustaki, il “cantautore dalla faccia da straniero”, Pollina ha scritto nel ’94 la canzone Leo, struggente omaggio al celebre chansonnier Leo Ferré inserito nell’album Canzoni segrete.

Ma perché questo titolo?
«Quando hai vent’anni e scopri un nuovo artista, hai subito voglia di comunicarlo ad altri, di “contagiare” i tuoi amici con la tua nuova passione. Da maturo si cerca invece di preservare dalla banalità della massa il tesoro che hai scoperto. Da qui Canzoni segrete, canzoni che vorresti che rimanessero tali, segrete».

Nel brano d’apertura dell’album, Una musica anche domani, lei canta: “Ci sarà una musica anche domani. Ci salverà, ancora lo farà”. La musica ha un ruolo salvifico?
«La musica può contribuire a farci stare bene, è un motore di energia che ci viene trasmessa e che ci aiuta ad affrontare le difficoltà. La musica non può cambiare il mondo, ma può migliorarlo».

La musica di Pippo Pollina esprime le diverse anime della Svizzera: la chanson francese, il rigore e la serietà dei tedeschi, la canzone d’autore e la fantasia degli italiani. Il blues viene addolcito da un’armonica alla Toots Thielemans in Di come quando Cristo fuori piove, una milonga «sbiadita» accompagna la nostalgica Scacciaferro, un violino celtico danza in Abbiamo tutti, un coro alpino fa da contrappunto nella contiana Senti le cicale, un bolero chiude la straordinaria Pizzolungo, canzone-capolavoro, “ombra incisa sul vinile” di una quelle stragi di mafia che convinse il giovane cronista a lasciare la sua terra: accadde nel 1985, Pollina la evoca nel trentennale degli attentati di Cosa Nostra.

La Sicilia resta distante. È un ricordo lontano nel tempo, è l’Etna in eruzione, è il fantasma di una grande vittoria del Palermo. «È la terra del sogno, alimenta la fantasia, ma è anche il luogo dove non puoi realizzare nulla. Quando vuoi fare qualcosa, devi andare altrove. In Sicilia ancora oggi non puoi fare affidamento sulle istituzioni e sui servizi. Quello che è semplice altrove, in Sicilia è complicato. Come fare un tampone: a me l’altra settimana a Palermo è capitato di aspettare 8 ore».

Canzoni segrete anticipa la pubblicazione in settembre del libro che Pollina ha scritto durante il periodo del lockdown: «S’intitola L’altro ed è una storia italo-tedesca, in cui le vite di due persone, nate a dieci giorni di distanza l’una dall’altra, ma che hanno vissuto a duemila chilometri di distanza, finiranno per unirsi».

Nel mezzo il tour. S’inizia il primo marzo da Torino, per scendere lentamente lungo la penisola e giungere il 10 giugno a Palermo.

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