A inizio aprile sono stata a Milano per una cerimonia e ho colto l’occasione per passare a salutare la redazione di una testata con cui collaboro. Ho perso il conto delle ore che abbiamo dedicato agli argomenti più disparati, ma soprattutto ho perso il conto dei libri che mi hanno suggerito di prendere dagli scaffali e mettere in valigia. Ne avevo portata apposta una semivuota, eppure lo spazio mi è sembrato non bastare quando è arrivato il momento de La città fra le nuvole, il nuovo romanzo del Premio Pulitzer Anthony Doerr, portato in Italia da Rizzoli nella traduzione di Daniele A. Gewurz e Isabella Zani.

«Ne vale la pena», hanno ribadito loro, ma alla fine per non sovraccaricarmi ho lasciato il volume lì dov’era, con le sue 686 pagine a guardarmi contrariate. Nemmeno una settimana dopo, comunque, ho deciso di rimediare. Non avevo idea di quale fosse il suo contenuto, o di che temi trattasse, però il titolo continuava a tornarmi in testa, e di quel consiglio milanese mi fidavo particolarmente. Così mi sono procurata l’opera e, sfogliati i primi capitoli, mi sono ritrovata su una navicella spaziale nel futuro, a Costantinopoli durante l’assedio del XV secolo e alla vigilia di un attentato ambientato ai nostri giorni – il tutto dentro lo stesso libro, con le sue 686 pagine pronte a lasciarmi a bocca aperta.

Sì, perché l’ultima fatica letteraria di Anthony Doerr è un’epopea a metà fra la fantascienza e il mito, fra l’attualità e l’antichità, fra l’idillio e la tragedia, che fa riflettere sull’impatto delle pandemie, sulla crisi ambientale e sui risvolti tanto delle guerre quanto del nostro rapporto conflittuale con gli animali. Ecco spiegato come mai, se dovessi descrivere La città fra le nuvole in una sola parola, mi troverei in difficoltà. Forse ricorrerei ad aggettivi come multiforme, o a sostantivi come ingegno, salvo poi notare che multiforme ingegno è l’epiteto attribuito a Ulisse in quella stessa Odissea citata qui fra le righe, guarda caso, per omaggiare la lingua e la letteratura greca, a cui l’autore ha scelto di attingere per creare leggende, misteri e mondi immaginari.

Ho cercato a lungo una pubblicazione a cui paragonare questa novità editoriale. Ho pensato a Il nome della rosa di Umberto Eco, a Mattatoio n. 5 di Kurt Vonnegut e perfino a Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez, ma in tutti manca qualcosa che invece ne La città fra le nuvole è fin troppo presente, o viceversa. Perciò sono giunta alla conclusione che questo esperimento sia più unico che raro, nel suo genere, e che qualche mese fa la redazione milanese aveva avuto ragione a insistere.

Anche perché, quando ci si è dentro, le sue 686 pagine non sembrano mica così tante. Credo di averlo anzi divorato in mezza giornata, e senza nemmeno accorgermene. Sarà stato l’effetto della sci-fi mista alla cultura classica, o magari sarà stato merito dello stile disinvolto dell’autore – resta il fatto che La città fra le nuvole è il primo romanzo lungo che riesco a portare a termine dall’inizio dell’anno. Mi ero ripromessa di leggerne almeno una quindicina, tutti scelti fra i grandi capolavori del passato, e invece sono ancora al punto di partenza.

O meglio: ora grazie a Anthony Doerr non lo sono più, essendomi ricordata d’un tratto che è questo il segno che lascia un’opera di spessore quando si arriva alla fine – sottile e al tempo stesso vibrante, duraturo e per certi versi enigmatico, ma pungente al punto da convincerci a cercare altri universi di carta. Perché la letteratura, quando è tale, non è mai autoconclusiva. Non basta a sé stessa, non fornisce ogni risposta possibile. E prima che ce ne rendiamo conto ci sta già pungolando dappertutto, portandoci a muoverci da una “città fra le nuvole” all’altra per “apprendere ciò che ci sbalordirà” ogni volta come se fosse la prima.

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