Una giovane donna, Olga, con una vistosa benda sporca di sangue ad avvolgerle il capo, senza vestiti e il corpo pieno di ferite ed escoriazioni, allatta la sua bambina, Victoria, di appena un mese su una barella dell’ospedale. Protetti da una coperta termica, la madre ha lo sguardo fisso nell’obiettivo della fotocamera che li sta immortalando, mentre il padre della piccola, Dmytro, li conforta in piedi, accanto al letto. L’immagine arriva dall’ospedale pediatrico Oxkhmatdyt di Kiev, in Ucraina, e ha fatto il giro del mondo. A realizzare lo scatto è stato pochi giorni fa Evgeniy Maloletka, fotogiornalista ucraino che da anni lavora come libero professionista per varie testate internazionali.

Maloletka, nato a Berdiansk, piccola cittadina dell’Ucraina sud-orientale, studia elettronica e si laurea nel 2010, ma la passione per il fotogiornalismo lo porta subito a seguire gli avvenimenti più importanti che si svolgono in quella parte del mondo in sofferenza da tanti anni. Da subito collabora con l’ Associated Press, Al Jazeera e Der Spiegel. Nel 2020-21, quasi tutte le foto sulla pandemia di Covid in Ucraina che sono pubblicate su molti giornali e social internazionali sono sue.

Interessante ripercorrere come Evgeniy sia riuscito a fare questo scatto. «Siamo scappati da Mariupol perché i russi ci stavano dando la caccia – afferma Mstyslav Chernov, giornalista dell’AP che da anni lavora con Maloletka. Avevano una lista di nomi, inclusi i nostri, e si stavano avvicinando. Eravamo gli unici giornalisti internazionali rimasti in città e da più di due settimane ne documentavamo l’assedio da parte delle truppe russe. Dopo essere stati nascosti alcuni giorni nei sotterranei siamo tornati a fatica a Kiev. Qui, all’ospedale Oxkhmatdyt, arriva Olga, una donna ucraina di 27 anni gravemente ferita mentre proteggeva il suo bambino dalle esplosioni di schegge di un attacco missilistico».  «Sono stata ferita alla testa e il sangue ha iniziato a scorrere sul bambino», ha dichiarato Olga. Quando il padre di Victoria, Dmytro, ha preso la bambina, la moglie ha iniziato a urlare. Le sembrava che ad essere colpita fosse stata proprio la piccola. «Olga, è il tuo sangue, non è il suo», gli ha risposto il marito. Sia Olga che Dmitro sono rimasti feriti, riportando numerose lesioni, ma la bambina è rimasta illesa.

Una scena che il fotografo, come è solito fare, ha scelto di ritrarre nella sua immediatezza, senza ricorrere a filtri o censure che ne possano minare la forza comunicativa. Il suo intento, nell’immortalare il dolore, non è dare una visione consolante, ma colpire il cuore di chi la osserva con il dramma di un popolo che, nell’arco di appena un mese, ha perso tutto. Come in tutti i suoi reportage, anche in questa occasione Evgeniy è ricorso ad un obiettivo da 50mm., quello più vicino alla nostra vista. E, certamente, anche quello più pericoloso perché costringe il fotografo ad avvicinarsi al suo soggetto, permettendogli al contempo di cogliere appieno la realtà che ha di fronte. L’utilizzo di teleobiettivo avrebbe invece inevitabilmente falsato la scena e impedito al fotografo di restituire la sensazione di assistere in prima persona al momento immortalato.  Lo scatto è l’emblema, almeno in questo caso, della vittoria della vita sulla morte. La madre, pur sconvolta per le ferite riportate, nutre con il suo latte sua figlia mentre il padre osserva teneramente il volto della bambina, grato del miracolo che gli sta davanti. Gli occhi di Olga sono rivolti verso ognuno di noi, mettendoci con le spalle al muro e interpellandoci personalmente. Perché ancora oggi continuiamo a farci la guerra?

El Greco, Natività (1603-1605)

Osservando questa scena, mi torna in mente il commento di una studentessa durante una lezione del corso di Storia e Tecnica del Giornalismo all’Università di Catania: «Vedo in questa foto un’armoniosa similarità con La Natività dipinta dal pittore spagnolo del seicento El Greco. Il quadro ci mostra Gesù che illumina i volti intimoriti e turbati di Giuseppe e Maria, in uno sfondo tenebroso; mi piace pensare che anche Olga e Dmytro riuscendo a salvare la loro bambina dai bombardamenti russi, possano aver ritrovato la forza di poter vivere la loro vita alla luce della speranza e della fiducia nell’umanità che molto spesso ci rattrista, ci delude e ci disarma».

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