In Sicilia, lo schiaffo di Will Smith sarebbe stata una “jangàta”
Nelle scorse settimane, dello schiaffo di Will Smith a Chris Rock durante la Notte degli Oscar 2022 si è molto parlato sui social network e offline, al punto che lo spiacevole incidente ha finito per diventare un argomento di conversazione nelle scuole, nei circoli e perfino nei bar. Se dell’episodio avete sentito parlare in Sicilia, però, è probabile che non abbiate sentito molti riferimenti a un ceffone, quanto piuttosto a una jangàta.
In dialetto, infatti, esiste una parola specifica per designare la sberla con cui una mano colpisce, con intensità più o meno marcata, il lato del volto compreso fra l’orecchio e la mandibola, e cioè quello che di solito colpisce la janga.
In alcune zone dell’isola il termine è più conosciuto come ganga, ianga o anga, dando vita di conseguenza ad alcune variabili del sostantivo quali gangàta, iangàta o angàta, anche se il concetto di per sé non cambia e la jànga designa in tutta la Trinacria un dente molare, alla cui altezza si riceve quindi una altresì detta pammàta, o schiaffo a mano aperta.
L’etimologia di questo singolare lemma siculo deriverebbe dal verbo latino angō, angis, anxi, anctum, angĕre, che potremmo tradurre con soffocare, strangolare, e dunque per estensione con angustiare, tormentare, far soffrire, causare dolore o ansia. La radice proto-italica a cui fare riferimento sarebbe non a caso *ango, proveniente da quella proto-indoeuropea *h₂enǵʰ-, che vuol dire stringere: la stessa dalla quale si è formato l’aggettivo angusto, o il tedesco eng (stretto, per l’appunto).
Con il tempo, insomma, questa voce linguistica è passata dall’indicare qualcosa di serrato, o di insufficientemente largo, a designare qualcosa che ci fa sentire stretti in una morsa, e che pertanto è fonte di sofferenza. Una definizione di antica ed elaborata origine, che attraverso numerose traslazioni e associazioni di idee ha finito per dare il nome sull’isola a un manrovescio particolare, del quale più che il segno delle cinque dita speriamo resti impresso l’interessante (e più innocuo) segno del tempo.
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