Joaquín Achúcarro: «La musica colta è per pochi, ma vorrei ci si sforzasse per renderla vicina»

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Il 17 giugno 2019 il pianista basco sarà insignito del titolo di docente emerito honoris causa all’Istituto “Vincenzo Bellini”. Per l’occasione ci siamo fatti raccontare i segreti della sua tecnica pianistica e del suo approccio con gli allievi

Un ulteriore tassello si aggiunge alla lunga carriera del pianista ottantunenne Joaquín Achúcarro che lunedì 17 giugno 2019 alle ore 10,30, conseguirà il titolo di docente emerito honoris causa all’Istituto Superiore di Studi Musicali “Vincenzo Bellini” di Catania. Fra le motivazioni addotte dal Consiglio Accademico si legge: «Per il grande impegno didattico profuso e per i grandi risultati qualitativi conseguiti». Un legame con l’Istituto catanese nato nel lontano 1997, anno della sua prima masterclass, e che grazie a questo evento promette di rafforzarsi ancora di più. Achúcarro debuttò a soli 13 anni a Bilbao, sua città natale e si perfezionò all’Accademia Chigiana di Siena, dove ottenne il premio come miglior allievo e il titolo accademico ad honorem espressamente indetto per lui dal conte Guido Chigi Saracini, ricoprendo in seguito il ruolo di docente. Un percorso artistico costellato da innumerevoli successi in giro per il mondo, dove si è esibito con i Berliner Philharmoniker, la New York Philharmonic Orchestra, la Chicago Symphony Orchestra, la Scala di Milano, la London Philharmonic Orchestra, la BBC Symphony Orchestra e l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia a Roma. In vista del premio, ci siamo fatti raccontare il suo approccio alla didattica e alla tecnica.

Sir Simon Rattle dice di lei: «Ci sono pochissimi pianisti al mondo in grado di ottenere quel tipo di suono». Qual è il segreto del suo tocco al pianoforte?
«Una ricerca continua – risponde con voce pacata – nella quale abbandono gli aspetti che non mi piacciono per sondare tutti gli altri. Il pianoforte è uno strumento che restituisce un numero infinito di suoni, noi comuni mortali ne possiamo identificarne solo qualcuno tentando di esplorare tutti gli altri».

Ha insegnato a Siena, in Cina, in Texas. Come reputa la preparazione dei suoi allievi siciliani?
«Il livello degli studenti che frequentano le mie masterclass è altissimo, per me è una gioia poter lavorare con loro. L’esperienza non è altro che la memoria dei nostri vecchi errori ed è questa che metto a disposizione dei miei allievi, evitando loro ore di lavoro in più».

In passato hanno partecipato alle sue masterclass talenti del calibro di Alberto Ferro e Ruben Miceli.
«Questa generazione è dieci volte più avanti rispetto alla mia, hanno una tecnica solida e suonano il pianoforte in maniera chiara e pulita. Mentre noi ascoltavamo le registrazioni dei grandi pianisti per cercare di carpirne i segreti, oggi la tecnologia permette di analizzare il lavoro di un musicista microscopicamente. Una lezione unica e alla portata di tutti».

Ha affermato che il pianismo oggi tende sempre più verso un suono percussivo rispetto a uno cantabile.
«È idea diffusa che la tecnica corrisponda alla velocità e alla forza. Quando si parla di suono cantabile non si fa mai riferimento a una tecnica in cui ci si serve delle risorse del pedale, dei suoni più leggeri, delle voci che lo accompagnano, degli armonici. Invece questi sono aspetti altrettanto importanti. La domanda è se ci siano due tipi di tecniche diverse oppure se una sola che li contempla entrambi. A mio avviso la migliore è quella che ci restituisce sonorità fantastiche che ci fanno sognare».

Durante le sue masterclass su cosa si concentra?
«Alle volte curo di più l’aspetto muscolare per rendere più facile un passaggio, altre volte punto sull’uso del pedale per fare più risplendente un fraseggio. Di recente abbiamo approfondito il messaggio di alcune sonate di Mozart che sono di una profondità incredibile ma ci siamo anche concentrati su composizioni di Chopin e Beethoven, analizzate sia dal punto di vista musicale sia da quello umano».

È emozionato all’idea di ricevere lunedì mattina questo titolo?
«Quando me l’hanno proposto mi sono subito domandato il perché, visto che per me insegnare è una cosa naturale. Sono onoratissimo, felicissimo e sento anche un grande senso di responsabilità».

Alla fine della cerimonia è previsto un suo recital. Quale programma ha scelto per l’occasione?
«Un programma che credo sia poco conosciuto a Catania. Esordirò con una pagina di Goyescas di Granados, “El amor y la Muerte”, un pezzo che prevede molte sfumature e in seguito farò un omaggio a Debussy».

È stato diretto da oltre trecento direttori d’orchestra. Ce n’è uno al quale si sente particolarmente legato?
«Guardi, sono davvero tanti, una lista parecchio lunga. Uno di loro è naturalmente Simon Rattle che lei ha citato prima e che dice cose molto belle su di me. Nel 1956 conobbi a Siena un giovane Zubin Mehta, con il quale divenni subito molto amico. Con lui ho suonato per la prima volta la “Rapsodia su un tema di Paganini” di Rachmaninov, un’opera che nella mia carriera avrò eseguito più di 100 volte, anche se conservo indelebile il ricordo di quel debutto».

Secondo lei in questo momento qual è lo stato dell’arte in Italia?
«Non sono in grado di esprimermi su questo. L’Italia è sempre stata un paese che ha vissuto per l’arte quindi non penso che morirà mai, è parte integrante del vostro spirito».

Crede che la musica colta sia solo appannaggio di pochi oppure no?
«Per me la musica colta è sempre stata appannaggio di pochi; basti pensare ai brani commissionati dal principe Esterhàzy a Haydn. Uno dei tanti esempi. I pochi di allora oggi sono molti di più, anche se mi piacerebbe che coloro i quali non si avvicinano alla grande per timore di non capirla o per paura di annoiarsi, facessero uno sforzo in più per avvicinarla».

A quale autore si sente particolarmente legato?
«Inizierei con Bach proseguendo con Mozart, Haydn, Beethoven, Brahms, Schumann, Chopin, Ravel, Debussy, Rachmaninov, …chi altri?! Bartók. Ah, e naturalmente Schubert».

C’è qualche compositore al quale si vorrebbe avvicinare?
«Ho trovato in alcuni autori cose talmente meravigliose e nelle quali mi trovo perfettamente a mio agio che l’idea di esplorarne altri non mi sfiora. Non ho tempo di ricercare altri aspetti negli autori che amo figuriamoci scoprirne di nuovi in artisti che non conosco e non so se amerò, odierò o non capirò. Credo che per me il circolo sia chiuso».

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