«Fotografo per conservare l’effimero, per rendere eterno quello che vedo, conservo in un’immagine ciò che scomparirà: gesti, atteggiamenti, oggetti che sono testimonianze del nostro passaggio». Nata a Saint-Gingolph – piccolo paesino della Svizzera – nel 1924, Sabine Weber si rende conto ben presto di voler dedicare la sua vita alla fotografia. Già a diciotto anni si mette in viaggio – in sella alla sua bicicletta – verso la vicina Ginevra dove, dopo un apprendistato, apre un suo studio fotografico. Nel ‘47 compie il passo di trasferirsi a Parigi per fare da assistente al fotografo di moda Willy Maywald. È nella capitale francese che incontra il pittore americano, e futuro marito, Hugh Weiss. Tra loro si stabilirà un forte legame umano e creativo, lei, ispirerà molte tele di Hugh e lui la accompagnerà nei suoi viaggi e le farà spesso da assistente. Dopo il matrimonio, Sabine, decide di utilizzare come cognome quello del marito.

Dopo alcuni lavori come fotografa freelance, per la Weiss il 1952 è l’anno della svolta: Vogue la assume come fotoreporter e il suo destino si incrocia con quello di Robert Doisneau, che ne apprezza i lavori e la invita all’interno dell’agenzia di stampo umanista “Ralpho”, aprendole la strada per collaborazioni con Time e Life. Dai contatti con la fotografia umanista, al tempo molto popolare in Francia, la Weiss rafforza la propria inclinazione a cogliere in ogni scatto l’individuo immerso nel suo contesto, dando risalto all’aspetto emotivo di ogni situazione secondo una logica che privilegia la partecipazione piuttosto che il distacco dell’artista.   

Durante la sua lunghissima carriera, nel mondo della fotografia la Weiss si occupa di tutto: dai reportage ai ritratti di artisti, dalla moda agli scatti di strada, con particolare attenzione ai volti dei bambini, fino ai numerosi viaggi per il mondo. Per i suoi scatti utilizza una Leica, che per lei è un vero e proprio “prolungamento dell’occhio”, “un revolver o il divano di uno psicanalista”, uno strumento, con il quale fissa la realtà in modo più fedele possibile. In questo senso, proprio perché vuole che le sue immagini possano avere una visuale simile a quella dell’occhio umano, utilizza un’ottica normale come il 50 mm. Questo le permette, in fase di stampa, di essere fedele all’istante immortalato, senza che venga escluso nulla di quanto vede nel mirino, riuscendo a mostrare la realtà di quel momento.  

Ne è un esempio paradigmatico la foto scelta, scattata nel quartiere degli artisti di Parigi nel 1952 dal titolo “Montmartre”. Essa ritrae dei ragazzi che giocano a carte, riuscendo a comunicare una letizia che va oltre la stessa immagine. Sabine, specialmente nella sua produzione degli anni ‘50, riesce a catturare i visi dell’infanzia come specchio dell’anima umana e le loro emozioni risultano molto più vere rispetto a quelle degli adulti abituati a portare una maschera e a nascondere o controllare i loro sentimenti. «In un’unica foto, alcuni anni fa ha dichiarato la Weiss, non è facile trovare un filo conduttore, anzi è impossibile. Ma penso che a volte capita. La luce, il gesto, lo sguardo, il movimento, il silenzio, la sosta, la disciplina, lo svago, io vorrei inglobare tutto in quell’istante affinché si esprima, con il minimo di strumenti, l’essenziale dell’uomo». 

«Quando fotografa i bambini – ebbe a dire di lei il marito Hugh Weiss – diventa bambina lei stessa. Non esistono assolutamente barriere tra lei, loro e la sua macchina fotografica». E, in effetti, in questa istantanea è come se i soggetti parlassero: cinque degli otto ragazzi presenti, vivono il momento del gioco in modo appassionante, mentre gli altri tre, un pò più distratti, guardano e aspettano, forse, il loro turno per coinvolgersi veramente. Perfino un cane, in cima alle scale, è incuriosito dalla scena che si svolge più in basso. Sembra un pomeriggio estivo, il sole sta tramontando e i ragazzi vogliono viverla tutta quella giornata, contenti con quasi niente. 

«La strada è contenitore di vita e set fotografico per eccellenza – ripeteva spesso Sabine – in cui non c’è spazio per la posa. Tutto è immediato. La spontaneità dei soggetti ritratti è fondamentale quanto la naturalezza della luce in cui sono immersi». Considerata la grande signora della fotografia, scomparsa a Parigi lo scorso 28 Dicembre a 97 anni, ha cercato con i suoi reportage sempre l’attimo di verità destinato a scomparire. Ha sempre rifiutato la qualifica di artista. Era convinta di non aver creato mai nulla. E di essere solo un’instancabile ricercatrice e testimone di ciò che gli accadeva intorno, lucida, curiosa e arguta, fino all’ultimo.

«Come fotografo donna – ha dichiarato poco tempo fa – non ho sofferto di alcuna segregazione. Ho avuto una vita ricca, piena di aneddoti. Io sono un’artigiana, ho lavorato molto duramente. La foto ha preso la mia vita. Non mi pento di nulla. Nel fotografare preferisco i piccoli gesti e gli sguardi che creano una complicità tra il soggetto e lo spettatore. Non mi piacciono le cose sensazionali vorrei incorporare tutto in un istante, in modo che la condizione umana sia espressa nella sua sostanza minimale. Per essere potente, una fotografia deve farci sentire l’emozione che il fotografo ha provato di fronte al suo soggetto».

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