«La mia terra  l’ho portata sempre nel cuore, ma a un certo punto non mi bastava più. Così ho deciso di metterla letteralmente in un barattolo per portarla in giro per il mondo»

Dalla colazione ai primi e secondi piatti, fino all’aperitivo in barca a base di bottarga, alici, pesto al finocchietto, birre artigianali siciliane e biscotti di mandorle e pistacchio. È questa, ma non solo, la Sicilia in un barattolo di Anna Maria Imondi, originaria di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, ma cresciuta fuori dalla Sicilia per esigenze lavorative del papà.

In terza elementare si è trasferisce a Roma, dove resta fino all’Università e all’Accademia di teatro, che le ha smorzato l’accento siciliano senza però eliminarlo del tutto, come le facevano notare i compagni di classe.

La Sicilia? L’ha portata sempre nel cuore, anche se a un certo punto non bastava più. E sei mesi fa ha deciso di metterla letteralmente in un barattolo per poterla esportare ovunque, creando la start up che le sta già dando le prime soddisfazioni.

«La nostra filosofia è quella di divertirsi mangiando, seguendo i percorsi che offriamo nei nostri barattoli, dove abbiamo messo prodotti artigianali di piccole aziende locali con cui si è creata una bella rete». Da contenitori per olio e vernice a lavagnetta, orticello dove piantare semi di piante aromatiche, posacenere con la sabbia, centro tavola. I barattoli sono tutti rigorosamente riciclati e riciclabili, oltre che personalizzabili con grafiche e fotografie siciliane realizzate dai designer dell’azienda.

Un’idea che arriva in maniera inaspettata, mentre Anna Maria sta costruendo il suo futuro. «Ho fondato una società di organizzazione di eventi, comunicazione e marketing pensando di stabilirmi nella capitale e portare il mio teatro all’interno dei miei eventi. Le prime esperienze sono state nei saloni nautici, poi sono stata contattata da una nota azienda di prodotti dolciari, azienda di cui ho curato promotion e merchandising». Il primo incarico che le viene affidato paradossalmente è proprio in Sicilia, dove la ragazza doveva promuovere alcuni sorbetti al limone. «Vendere questo prodotto nella patria della granita è stata una bella sfida, ma ce l’abbiamo fatta e il rapporto con l’azienda prosegue tuttora, oltre quelli nati nel frattempo con altre aziende nazionali. Tutte esperienze che mi hanno formato dal punto di vista del marketing, aiutandomi a individuare punti di forza e debolezza dei prodotti».

Siciliana nel midollo, cresciuta a stretto contatto con le tradizioni e con un grande amore nei confronti delle cose buone come il pane fatto in casa o i frutti della carruba – che gli amici romani consideravano cibo per cavalli – Imondi ha un ottimo rapporto con la cucina naturale e a chilometro zero, che oggi può portare in giro per il mondo. «A Roma trovi locali che vendono cibo siciliano ma esportano una cultura legata alla nostra regione che non è quella che conosciamo noi, perché non rispetta al cento per cento la sicilianità». Elemento fondamentale che l’imprenditrice sta cercando di recuperare nel suo progetto, esportando non solo il made in Sicily enogastronomico, ma mettendo nel barattolo anche riferimenti culturali come il quadro del pittore, la fotografia del fotografo siciliano, un brano del libro di Catena Fiorello, la ricetta di uno chef locale – l’azienda ha anche una linea personalizzata dal palermitano Natale Giunta – per sperimentare i veri piatti della tradizione.

«Cultura siciliana vuol dire tanto, non si limita solo al cibo ma comprende anche colori, profumi, il turbante o il ventaglio realizzato dall’artigiana con le pale di fichidindia». E c’è tutto nel barattolo, che da semplice elemento di edilizia diventa un oggetto chic. «Sono convinta che l’eleganza stia nella semplicità e amo i contrasti perché rendono un elemento povero, abbinato ai giusti accessori, bello e ricco di fascino».

Mentre i marchi più famosi tendono a omologare i prodotti, racconta Anna Maria, il suo barattolo cambia in base alla persona che lo guarda perché mostra un volto nuovo della Sicilia, lontana dagli stereotipi di carretti siciliani e tamburelli. «Siamo una terra in evoluzione dove ci sono tante menti, artisti e artigiani che realizzano oggetti che vendono anche all’estero, senza che i conterranei ne siano a conoscenza». «Da siciliani abbiamo tanto da dare, anche se spesso non siamo abituati a ragionare in team. Se ci uniamo senza arroganza diventiamo ancora più forti – conclude – perché la forza non sta nell’individualità, ma sempre di più nel gruppo, con cui si possono anche superare i limiti del perimetro siciliano».

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