Mentre oggi si parla sempre più di fiaba terapia per curare con il racconto i disagi psicologici, forse ci si dimentica di quanto le fiabe che ci leggevano i nostri genitori siano distanti, sia nel linguaggio sia nei messaggi veicolati, dalla sensibilità odierna. Con i polpastrelli impolverati di chi fruga nei ricordi e quel velo di malinconia di chi sfiora i trent’anni, ve ne proponiamo alcune di quelle che hanno accompagnato la nostra infanzia e che ci fanno chiedere: «Le leggeremmo mai a un bambino di oggi?». 

AI CONFINI DEL TRASH. Nel 1997 Il Battello a vapore pubblicava, all’interno della sua collana “I pirati”, “Un culetto indipendente” di José Luis Cortés e Avi e che si preannuncia esilarante fin dalla copertina. Un piccolo birbante indica il suo posteriore, bersaglio di ogni oggetto che capiti nelle mani dell’arrabbiatissima mamma: ciabatte, biberon e persino una ventosa (da siciliani avremmo inserito anche cucchiai di legno). «Ogni volta che Cesare Pompeo – questo il nome del malcapitato bambino – si comportava male, la mamma gli dava una bella sculacciata sul culetto ciccioletto». Finché – colpo di scena – il suo fidato culetto, stufo delle sculacciate, «scese dal letto e se ne andò, e Cesare Pompeo rimase senza». A questo punto i disegni sembrano farsi ancora più spassosi ma in realtà trasmettono quasi un senso d’angoscia: il bambino non poteva sedersi a fare colazione né giocare sull’altalena. Ricordo il sollievo provato, quando lessi la fiaba da bambina, dopo essermi sincerata di avere ancora un lato B. Il lieto fine? Cesare promise al suo posteriore di non fare più marachelle, la famigliola visse felice e contenta e «da quel giorno il suo culetto fu il culetto più coccolato di tutti i culetti del mondo».

UN TRAUMA A GIORNI ALTERNI. “La principessa numero due” di Hiawyn Oram e Tony Ross, anche questo un racconto de Il Battello a vapore (1997), è rivolta ad alleviare il trauma sofferto dai bambini a causa dell’arrivo di fratellini e sorelline più piccoli. A tratti, invece, il racconto sembra contribuire a fomentare l’ossessione da figlio scartato. La principessa numero due non è felice di essere tale, la principessa numero uno invece sì. Prima insofferenza, che sorge quando le bambine si direbbero già in età scolare: come hanno potuto il re e la regina permettere per anni questa gerarchia? Non stupisce poi tanto se nella quarta di copertina la principessa gelosa porti in dono una torta a base di sorella. Ma il meglio viene con il finale: per risolvere le ostilità i genitori decidono che ognuna delle figlie sarà tre volte alla settimana la numero uno e tre volte la numero due, mentre la domenica saranno entrambe numero uno. Non sarebbe stato meglio un ex aequo?

UNA VIGNETTA PER STARE IN FORMA. È del 2003 il fumetto “Barbie Rio de Janeiro”, apparso sul giornale dedicato alla bambola statunitense. La bella e snella Skipper è in crisi perché il costume la «strizza». Mette via quindi gelato e Oreo per fare spazio a mais, crusca e avena, «mangime per pappagalli», commenta Ken. E da quel momento si fissa con il conteggio delle calorie lasciando che i lettori apprendano ciò che nessuno merita di sapere: che una pizza ne ha 700. Ma la cosa più sconvolgente è che a un certo punto si avvolge dalle spalle in giù nella pellicola da cucina: «Ho messo i fanghi anticellulite! E mi sono avvolta nella plastica! Così agiscono meglio!» dichiara Skipper soddisfatta. A salvare finalmente Skipper dalla sua ossessione per la linea, non è però un principe a cavallo, e nemmeno il proprio buon senso, ma un dj in console che la invita a fare surf nonostante i chili di troppo. Bentornato cibo spazzatura. Skipper agguanta un panino: «Da domani avrò bisogno di più energie».

UNA FIABA “HORROR”. Anche tra i grandi classici della letteratura per bambini ci sono storie che oggi non reputeremmo di certo “educative”. “Hänsel e Gretel” dei fratelli Grimm è una di queste: i due bambini sono gli sventurati figli di una madre senza cuore che, non potendoli sfamare, li abbandona con l’inganno nella foresta. Che fitta al cuore apprendere come, dopo il ritorno a casa, la madre si sbarazzava di nuovo dei due piccoli. Ma la narrazione raggiunge il momento più disturbante quando i due protagonisti si imbattono nella vecchia ghiotta di «gotine rosse belle tonde». La malvagia signora – apprendiamo con sgomento – costringe la piccola Gretel a dare da mangiare al fratello perché «ha da diventare grasso» per essere «macellato e cucinato». Ricordo che sul cortile della scuola dell’infanzia che frequentavo si affacciava il balcone di un’anziana signora che, probabilmente vittima di sguardi terrorizzati da parte di noi bambini, più volte si è sentita in dovere di chiarire di non essere una strega. Lo shock evidentemente non sparisce leggendo il lieto fine della fiaba che, fortunatamente per Hänsel e Gretel, non manca neanche in questo caso. 

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