A che titolo, mentre i bambini infreddoliti, impauriti e sgomenti dell’ospedale oncologico di Kiev sono costretti a trovare un riparo di fortuna dalla pioggia di missili, continuiamo a definirci umani? A quale fragile appiglio rimane impigliata la parola civiltà? Quella che pensavamo di aver fatto nostra. Di aver, addirittura, inventato. Quella che credevamo di aver imparato a proteggere, a forgiare sugli errori tremendi di un passato tutt’altro che lontano. Senza accorgerci, probabilmente, che la bambagia del benessere e del progresso stava lentamente ottundendo i nostri sensi. Perché la guerra, con quel suo inaccettabile volto familiare pronto a ricordarci che l’uomo può cambiare ma fino ad un certo punto, non è mai finita. I colpi di mortaio di Odessa, Mariupol, Dnipro fanno paura come quelli di Mosul, di Raqqa, di Kinshasa. Sono solo più rumorosi. Più vicini. Più colpevolmente inspiegabili. Al punto da incrinare le nostre certezze, a rivelarci che ci si spara tra fratelli, tra individui che spesso condividono persino biologicamente lo stesso sangue, non soltanto nei luoghi esotici e indefiniti degli “altri”, ma anche nel cuore dell’Europa, monumento alla Pace per eccellenza. Nel vedere le strazianti immagini di padri che danno l’ultimo saluto alle proprie figlie, di parenti separati da terre e oceani che riattaccano il telefono senza sapere se ci sarà un prossimo contatto, ritornano alla mente frangenti di storia che mai avremmo pensato di rivivere. Eventi che numerose generazioni mai avrebbero creduto capaci di infrangere la barriera di carta che li teneva prigionieri nei manuali di scuola. Eppure, per capire pienamente l’insensatezza di ciò che sta accadendo, a quell’epoca bisogna necessariamente ritornare. Così come ai grandi che l’hanno testimoniata. Leonardo Sciascia è uno di questi.

Nella celebre raccolta Gli zii di Sicilia, infatti, almeno nell’edizione del 1960, è compreso il racconto L’antimonio, nel quale lo scrittore di Racalmuto non si limita a denunciare l’atavica piaga isolana delle morti nelle zolfare – all’interno di una delle quali il giovane protagonista senza nome viene sfruttato e scampa miracolosamente ad una massiccia fuoriuscita di gas – ma anche la spaventosa violenza di un conflitto che segnò in maniera indelebile, prima ancora della seconda guerra mondiale, il ‘900 europeo: la guerra civile spagnola. Nel disperato tentativo di sfuggire a quella irreparabile miseria, e irretito dalla suadente propaganda fascista, il personaggio sciasciano decide di arruolarsi tra le fila franchiste, di fare sua la causa fomentata da parole vuote come imperialismo, nemici della patria, sopraffazione. Ma è proprio sul campo di battaglia che il giovane apprende una terribile verità. Non c’è nessuna guerra giusta da combattere, ma solo un massacro tra fratelli: «Fino all’arrivo in Spagna non capivo niente del fascismo, per me era come se non ci fosse, mio padre aveva lavorato nella zolfara, e anche mio nonno, e come loro io nella zolfara lavoravo: leggevo il giornale, l’Italia era grande e rispettata, aveva conquistato l’impero, Mussolini faceva discorsi che era un piacere sentirli». Una presa di coscienza generazionale, quella della vacuità dei proclami bellici del regime, che lo stesso Sciascia, come i tanti cresciuti all’ombra di quella pseudo-politica spacciata come infallibile – che ultimamente abbiamo visto risorgere – e attenta alle esigenze di sicurezza e di ricchezza della patria, acquisì ben presto nella sua vita: «Avevo sedici anni quando in Spagna esplose la guerra civile ma non ne seppi niente, fin quando non vidi partire i ‘volontari’, i braccianti disoccupati del mio paese. Non poteva essere giusta una guerra in cui come ‘volontari’ venivano cacciati i morti di fame: ci doveva essere qualcosa nell’Italia di Mussolini e nella Spagna di Franco di ingiusto, di insensato, di indegno. E poi ecco, c’erano i preti, e dicevano che Mussolini e Franco stavano dalla parte di Dio, mentre dall’altra parte, dalla parte della Repubblica, c’erano Dos Passos e Chaplin».

Le guerre promettono di ridare al mondo l’ordine perduto. Promettono grandezza, rimedio ai torti subiti, riappropriazione di un beneficio perduto, floridezza e rispetto meritati. E invece non restituiscono altro che sangue. Seminano odio nei cuori degli innocenti che a causa loro si ritrovano privati di tutto. Pretendono di dare alla morte un senso immaginario. Danno inizio a qualcosa di sempre peggiore proprio dove vorrebbero incidere la parola fine. Guerra è solo il nome che diamo alle meschinità umane per tentare di cavare da esse una logica politica, economica, storica, religiosa che non ha mai giustificazione e che, a conclusione di tutto, ferisce solo chi già soffriva. «Sapete che cosa è stata la guerra di Spagna? Che cosa è stata veramente? Se non lo sapete, non capirete mai quel che sotto i vostri occhi oggi accade, non capirete mai niente del fascismo del comunismo della religione dell’uomo, niente di niente capirete mai: perché tutti gli errori e le speranze del mondo si sono concentrati in quella guerra; come una lente concentra i raggi del sole e dà il fuoco, così la Spagna di tutte le speranze e gli errori del mondo si accese: e di quel fuoco oggi crepita il mondo».

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