La prima volta che ho letto Luigi Pirandello frequentavo la terza media. Abbiamo studiato Il treno ha fischiato e La patente, due novelle che all’epoca hanno sortito effetti opposti su di me: la prima mi ha commossa, la seconda mi ha fatto ridere fino alle lacrime.

In entrambi i casi il merito era di quell’umorismo che avrei conosciuto più da vicino grazie a un’antologia di novelle ricevuta in dono dalla prof a fine anno, e nella quale avrei trovato storie come Ciàula scopre la luna, La giara, La signora Frola e il signor Ponza, suo genero, La favola del figlio cambiato o la magnifica e poco nota Marsina stretta.

Uno dopo l’altro, quei racconti appartenenti a una Sicilia ormai inesistente, eppure così simile alla regione che conoscevo in prima persona, in cui trascorrevo le mie giornate fra mezzi pubblici e commissioni, passeggiate in centro storico e acquisti di quartiere, mi stavano insegnando l’arte di riconoscere gli estranei, di provare per loro un “sentimento del contrario” di prim’ordine, di cambiare le lenti da cui osservare l’uomo, la bestia e la virtù.

Così, nel parlarne con mia madre, ho scoperto che di Pirandello in casa avevamo letteralmente l’opera omnia: un paio di volumi che racchiudevano romanzi, opere teatrali e novelle con la stessa copertina rosso ciliegia. Ho trascorso l’estate dopo gli esami a spulciarli senza tregua, e ricordo che mi sono sentita come quella volta in cui mi hanno rubato il portafoglio mentre vivevo al Nord da fuorisede: spiata, inerme, disorientata. Qualcuno aveva ficcanasato sotto i miei vestiti e mi aveva denudato, in un caso di un oggetto fra i più pratici che esistano e nell’altro caso, più letterario, di un’unicità grottesca che invece a quanto pare condividevo come minimo con un paio di milioni di persone. Per anni ho ripetuto che Pirandello, primo Nobel per la letteratura siciliano, era il mio scrittore preferito, fino a quando l’eco delle sue opere non ha lasciato che un vago solletico epidermico.

Per il 2022, mi sono quindi ripromessa di rimediare: le sue prose brevi sono non a caso racchiuse in un’unica raccolta intitolata Novelle per un anno, 246 in tutto, che andranno benissimo per i giorni feriali da qui a dicembre, sabati e domeniche esclusi. Le ho iniziate a consigliare a chi ama scrivere, a chi non sa più cosa leggere, a chi ha l’ossessione per la punteggiatura. Sono un ripasso umano indispensabile, continuo a ripetere, specialmente a mia cugina che si è mai fidata del mio parere.

Ieri pomeriggio è andata via la luce per un paio di minuti mentre ci trovavamo insieme in soggiorno, allora le ho detto di immaginare le novelle di Pirandello come una stanza buia, nella quale si distinguono a stento le pareti. Per abitarci bene serve un accendino, un fiammifero o la torcia di un cellulare, anche se restano tutte fonti di illuminazione provvisorie e approssimative, che proiettano ombre e lasciano curiosi su quanto potrebbe nascondersi oltre l’ultimo lembo di luce.

Ecco, Pirandello è il faro che le trasfigura, che le anima e le fa galleggiare qua e là. Ti fa perdere il contatto con la realtà, d’accordo, ma allo stesso tempo ti spiega quanto inutile sia cercare di navigare nelle tenebre: è più facile accoglierle, lasciare che siano loro a parlare e a mostrarti un cammino. È probabile che davanti a te appaia più di una strada, che tu ti perda appena cerchi di trovare un’uscita, e finalmente ti sarà chiaro quello che sotto il sole non si percepisce.

A quel punto è tornata la luce, e non ho ben capito se mia cugina abbia recepito il discorso. Io, nel dubbio, da stasera comincerò la mia rilettura, con l’abat-jour rigorosamente spenta.

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