Circa vent’anni fa, nelle sale di tutto il mondo faceva la sua comparsa Sliding Doors, pellicola-capolavoro diretta da Peter Howitt e interpretata da Gwyneth Paltrow. Attraverso la storia della protagonista Helen, di volta in volta costretta dalle circostanze della vita a scegliere quale diramazione del bivio imboccare, apprendiamo come ogni minima variazione nei nostri piani, come anche la più scontata tra le decisioni possa influire in maniera decisiva sul dipanarsi del nostro destino. Ciò che ci accade, spesso, è il beffardo risultato di una coincidenza, un concatenarsi di eventi che può trovarci più o meno preparati alla sua forza travolgente, che può concederci il dono di una seconda occasione o il rimpianto di aver perso l’unica che avevamo a disposizione. Potremmo attribuire il medesimo titolo al mancato incontro tra la nostra bella Sicilia e uno dei poeti più straordinari di ogni tempo: quel Giacomo Leopardi che, tra le sue numerose e prestigiose corrispondenze epistolari, incluse due importanti intellettuali isolani. Si trattava del siracusano Tommaso Gargallo e del palermitano Vincenzo Mortillaro: per mezzo della loro produzione, caramente apprezzata dal poeta di Recanati, tentarono di ospitare l’illustre compagno in Sicilia. Un evento che avrebbe potuto segnare in maniera indelebile la nostra storia culturale. Ma la sorte volle diversamente.

Fu Gargallo, eccelso traduttore dal latino a cui oggi è dedicato un liceo classico nella sua città natale, il primo ad entrare in contatto con Leopardi. Un dato, questo, che sembra smentire definitivamente la corrente di pensiero che ritiene arretrata e periferica la Sicilia della prima metà dell’800. Non è un caso che, in quegli stessi anni, circolasse nell’isola la stampa palermitana dell’edizione dei Canti che il recanatese aveva pubblicato a Firenze nel 1831. E sempre a Palermo Gargallo aveva invitato Leopardi, sperando che accettasse di tenere un corso semestrale all’Università di Palermo. Ma, seppur con la cortesia che lo contraddistingueva, una risposta positiva non arrivò mai. Era, del resto, il biennio 1835-1836: le condizioni di salute del poeta de L’infinito erano già gravemente compromesse (la vista lo aveva quasi del tutto abbandonato al punto da dover dettare i suoi scritti all’amico Antonio Ranieri), così come le sue possibilità di sostenere lunghi spostamenti. Sempre al 1836 risaliva un caloroso scambio epistolare con Mortillaro, marchese di Villarena e poliedrico erudito che amava spaziare dall’arabistica alla numismatica. Il quale aveva fatto omaggio all’illustre amico del primo volume degli Opuscoli di vario genere, accompagnandolo con una lettera che confessava apertamente l’emozione di essere entrato in contatto con l’assoluta «gloria dell’Italia moderna». La risposta di Leopardi, conferma di un’ammirazione sincera per i prodotti dell’ingegno siciliano, non tardò ad arrivare: «Ho ricevuto il dono di cui ella mi ha voluto onorare, e gliene rendo maggiori grazie ch’io posso. Il suo libro a me pare piacevolissimo per la varietà delle materie, utile per l’importanza delle medesime, pieno di erudizione, pieno di dottrina, e da proporsi come esempio in tanta frivolezza di pubblicazioni di ogni genere. Se gli occhi me lo consentissero, mi distenderei maggiormente circa i pregi de’ suoi Opuscoli: ella si contenti di queste poche righe, e sia certa che vengono dall’animo». Appena un anno dopo, il poeta di Recanati ci avrebbe lasciati. Portando con sé l’illusione di accoglierlo in Sicilia e di custodirne gelosamente le tracce.

Non resta che aggrapparsi dolcemente all’eco di quel sogno sbiadito. Immaginarlo, su un pulpito o su una cattedra, mentre ammalia i suoi fortunati studenti. Immaginare di visitare un monumento a lui dedicato in una piazza, in un vicolo o davanti ad un teatro incontrati nel corso di una camminata. Qualcosa di concreto, tuttavia, ci appartiene: è l’orgoglio di aver catturato la sua attenzione, la consapevolezza di una terra dalla ricchezza culturale inestimabile, la prova di una sensibilità e di una lungimiranza con pochi eguali. Tali da riconoscere in Leopardi, al contrario di altri e più illustri personaggi dell’epoca che schernivano e avversavano la sua schiettezza poetica e in netto anticipo rispetto al giudizio dei contemporanei, il vertice più alto della nostra lirica. Una stella la cui luce ha lambito anche il nostro cuore siciliano.

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