La cartina religiosa della Valle dei Templi di Agrigento sta, forse, per cambiare per sempre. Stando ad una recente scoperta di un’equipe di ricerca della Scuola Normale Superiore di Pisa, l’attribuzione del tempio D ad Hera Licinia, ritenuta l’ipotesi più accreditata sin dal 1558, potrebbe essere invece del tutto errata. Ad indicare la strada di questa piccola rivoluzione nella nostra conoscenza delle usanze dell’antica Akragas è il ritrovamento tra le rovine di una testina fittile di terracotta raffigurante la dea Atena elmata e di un braccio con l’egida (strumento di difesa comunemente attribuito alla divinità) e il pugno chiuso in segno di attacco. Si tratta dei primi resti mai ritrovati nel celebre parco archeologico che rimandino direttamente alla presenza del culto per la figlia di Zeus nella polis agrigentina.

Originariamente impostata per indagare stratigraficamente e cronologicamente il rapporto tra alcuni elementi portanti del tempio D (su tutti la pedana antistante all’edificio sacro) e le stereobate e condotta sotto la supervisione scientifica del Professor Gianfranco Adornato e di Maria Concetta Parello, funzionaria archeologa del Parco Archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi, la campagna di scavo ha fatto riemergere anche la presenza di materiali di produzione attica e corinzia, accanto a quella locale, a ulteriore testimonianza della centralità commerciale che la potente Akragas rivestiva in epoca classica. E proprio il ritrovamento della testina, databile proprio tra il VI e il V secolo a.C, indica chiaramente che la vastità delle sorprese che il sito ha ancora in serbo per i contemporanei è stata appena grattata in superficie. L’area circostante all’altare, infatti, continua a essere un bacino inestimabile di informazioni per comprendere le pratiche cultuali e religiose dei devoti e scandisce l’intera cronologia dell’area sacra attraverso la sua stratigrafia. La possibile esistenza di santuari preesistenti all’età classica è tutt’altro che remota: e ciò, come dimostra il caso di Atena, potrebbe non soltanto chiarire quanto complessi fossero gli usi devozionali della comunità, ma anche svelarci il funzionamento della “macchina sacra” della polis, dallo smaltimento delle acque utilizzate per i riti ai piani di edificazione di altri edifici adibiti al culto.

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