L’ottimismo del riso combatte il pianto:
Erwitt svela il segreto
della buona fotografia

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Il celebre fotografo statunitense, autore di alcuni degli scatti più iconici del’900, ha ottenuto la sua fama ritraendo un mondo gentile dove violenze, guerre e dolore lasciano spazio a istanti spontanei e intimi in cui immagini di bambini, famiglie e animali domestici restituiscono all’osservatore la sensazione di osservare un mondo che, in mezzo alla crudezza della realtà, spesso non si nota

«Chiunque può diventare un fotografo con l’acquisto di una macchina fotografica, così come chiunque può diventare uno scrittore con l’acquisto di una penna, ma essere un buon fotografo richiede più che la semplice perizia tecnica… Tutte le tecniche del mondo non possono compensare l’impossibilità di notare le cose». L’anima della fotografia, ovvero l’osservazione, è la sola che ti permette di vedere la realtà. Questa la convinzione profonda di Elliott Erwitt, universalmente annoverato tra i grandi maestri della fotografia mondiale di tutti i tempi, che il prossimo 26 luglio compirà 91 anni. Nato nel 1928 in Francia da una famiglia di emigranti russi, Erwitt ha trascorso la sua infanzia in Italia, sino al ritorno in Francia e poi al definitivo trasferimento negli Stati Uniti ed in particolare a New York, città che qualche anno dopo ha designato come sua residenza. Erwitt, il cui vero nome è Elio Romano Erwitz, ha uno stile inconfondibile, caratterizzato dal bianco e nero e dal carattere ironico ed è sempre mosso da un’unica grande certezza: l’osservazione come punto di partenza per la realizzazione di qualsiasi tipo di scatto, da quello per un fotoreportage, sino al personale, che il fotografo statunitense ha per lungo tempo eseguito con la sua celebre Leica M3.

L’immagine scelta questa volta è stata scattata nel 1953 e ha per titolo Mother and Child, una delle più pubblicate di tutti i tempi: ma per Elliott è solo un’istantanea di famiglia. Primo di un rullo di scatti assolutamente privati dedicati alla nascita della figlia (ci sono anche diverse foto di Erwitt giovane padre con in braccio la neonata), mostra la moglie Lucienne col capo adagiato sul letto in contemplazione della piccola Ellen (accanto l’imperturbabile gatto Brutus) nel modesto appartamento newyorkese. È l’esempio perfetto di quello che Cartier-Bresson considerava “attimo decisivo”, ma anche la dimostrazione di un altro assunto di Erwitt: «La fotografia altro non è che un concentrato di ozio e contemplazione». Lo stesso anno il fotografo, dietro invito di un altro maestro della fotografia, Robert Capa, che aveva rincontrato a Parigi durante il servizio militare, entra nella Magnum. Di Elliott non si possono non ricordare quegli scatti oramai entrati nell’immaginari collettivo: dalla lite tra Nixon e Kruschiev, all’immagine di Jackie Kennedy che piange durante il funerale del marito, passando per il celebre incontro di pugilato tra Muhammad Alì e Joe Frazier e il fidanzamento di Grace Kelly con il principe Ranieri di Monaco.

Uomo di poche parole, spesso fa ancora sorridere gli amici affermando: «Molti scatti sono nati per caso, ero lì, e ho scattato la foto. Le foto più belle ti possono capitare in qualsiasi momento, in qualsiasi luogo, mentre passeggi, mentre lavori». Dotato di grande senso dell’umorismo, Erwitt ama ripetere spesso che: «Uno dei risultati più importanti dell’arte, e dunque anche della fotografia, che puoi raggiungere è far ridere la gente. Se poi riesci, come ha fatto Chaplin, ad alternare il riso con il pianto, hai ottenuto la conquista più importante in assoluto».

Il suo è un mondo gentile, forse un po’ troppo ottimistico e vagamente fuori dal tempo, nel quale non c’è mai spazio per violenza, guerre, crudeltà e dove non compaiono né quartieri degradati, né dimore sontuose, ma dominano cani, bambini e famiglie numerose, mentre anche i personaggi famosi sono ritratti nella massima spontaneità. Lo spirito che muove l’artista e che ci permette di comprendere la sua passione per la fotografia è come le immagini abbiano un’eloquenza senza pari, non eguagliabile a quella delle parole.

Spesso nel ritratto, anche in quello istituzionale, Erwitt mantiene irriverenza e imprevedibilità. La sua caratteristica è infatti quella di mettere a proprio agio il soggetto (o di provocare una reazione da cogliere con lo scatto) facendo suonare una trombetta tenuta fino all’ultimo nascosta: «Tutto è serio, niente è serio». Oggi Erwitt, novantenne, porta quella trombetta legata al suo bastone, e, di fronte al proliferare di immagini di tutti i tipi, alla immensa quantità di fotografie prodotte da ogni individuo, afferma: «Non sono foto cattive, anzi sono molto carine, ma le buone fotografie sono quelle che mostrano ciò che nessuno di solito vede o vuol vedere».

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