L’umanità dietro la maschera: ‘U Ciclopu, l’incontro teatrale tra Pirandello ed Euripide
Un curioso e raffinato legame accomuna il drammaturgo ateniese a quello siciliano, che nel 1919 mise una scena un adattamento in siciliano del dramma satiresco sul celebre personaggio omerico nemesi di Ulisse. Un’opera in cui il rapporto non è l’eroe ad essere celebrato, ma la fragilità di un personaggio vinto dalla sorte, da una sequenza casuale di eventi, da uno scambio pirandelliano di identità. Che prova la solitudine e che, mentre goffamente gli altri si vantano di aver combattuto, condanna la guerra come la più insensata tra le azioni degli uomini
Non esiste distanza, in letteratura. Non, almeno, nel senso più convenzionale in cui siamo soliti intenderla. Quella che allenta i legami, che soccombe al tempo, che finisce per sfociare in un oblio di estraneità. Non esiste perché lo scrittore, prima ancora di divenire tale, è un lettore appassionato, affamato. Un avventuriero della parola che scandaglia le lande del passato e che, prima o poi, si ritrova fronteggiare sé stesso nelle pagine di un fratello mai conosciuto. Ad immergersi in parole che misteriosamente gli appartengono, anche se generate da lingue, epoche, contesti, ragioni, impulsi del tutto differenti. A ricalcare espressioni, concetti che egli stesso avrebbe potuto scrivere in prima persona, se qualcuno non lo avesse preceduto. Su questi due lembi di un terreno in parte ancora inesplorato, che scorrono uno sull’altro proprio come i margini di una faglia che produce nuova terra per via del contatto, si muove l’influenza letteraria. Quel meccanismo sottile, articolato, talvolta persino criptico, che oscilla tra l’omaggio e la citazione, tra la riscrittura e la riaffermazione. Che produce una sorta di terza via uno sguardo rinnovato sulla realtà. Forse perché, se si considera attentamente, un altro fattore di cui la letteratura non teme gli effetti è il tempo. L’ipotesi che una grande opera possa smettere di esserlo dopo ave attraversato i confini dei giorni in cui è stata prodotta. Accade così che, in questo nastro trasportatore continuo, venticinque secoli possano assottigliarsi al punto da scomparire. Che un ancestrale vicinanza tra popoli e culture torni a rinverdirsi. Che due dei più grandi drammaturghi di sempre si scoprano incredibilmente vicini. Almeno dal 1919, quando per la prima volta, al teatro Argentina di Roma, Luigi Pirandello fece esordire sulla scena ‘U Ciclopu, riduzione teatrale dell’omonimo dramma satiresco di Euripide, celebre per essere l’unico esponente del genere ad essere giunto fino a noi dall’antica Grecia in forma integrale. Quello dello scrittore siciliano non fu appena un adattamento in siciliano – per quanto già la scelta appaia decisamente significativa – quanto, piuttosto, la riproposizione di una rilettura peculiare dell’incontro omerico con Ulisse che, già nell’originale, prospettava di Polifemo un’immagine divergente.
E certo non è un caso che le corde dell’anima di Pirandello, che proprio in quegli anni si dilettava con il teatro in siciliano, abbiano vibrato proprio alla lettura di un dramma satiresco, che nella consuetudine teatrale ellenica rappresentavano una sorta di dolceamara appendice al peso emotivo della tragedia. Venivano proposti, del resto, proprio alla fine della rappresentazione, per permettere agli spettatori di elaborare quanto di profondo avevano vissuto nelle ore precedenti. I toni farseschi, bizzarri del dramma satiresco, che sapientemente si intrecciavano alle vicende tragicomiche dei personaggi, dovettero restituire allo scrittore girgentino una perfetta corrispondenza con i temi a lui cari dell’umorismo, della risata pensante, della superficie comica scalfita da un destino controverso. Ai suoi occhi, insomma, Euripide apparve come un antenato spirituale, un gemello ribelle, devoto ad una poetica ostinatamente contraria alle consuetudini. Anche e soprattutto nel racconto della vicenda del ciclope, che pur dinanzi ad un eroe pluricelebrato diventa il centro assoluto della narrazione, nonché una figura fortemente sfaccettata, profonda, un vinto tragicamente beffato ed impotente. Che si oppone ad Ulisse più per casualità, per drammatica fatalità: nella rivisitazione euripideo-pirandelliana, infatti, Polifemo ha accolto come suoi sottoposti in Sicilia un gruppo di satiri capitanati da Sileno. Quando quest’ultimo gli appare rosso e gonfio in volto a causa del vino scambiato con la ciurma dell’eroe di Itaca, il ciclope si getta all’assalto di quegli uomini che scambia per briganti. La morte di alcuni loro mette in moto la nota sequenza: l’inganno del vin, l’accecamento, la fuga dall’isola (compresi i satiri). È un Ciclope profondamente solo, giocato non solo dagli uomini, ma dalla stessa vita che conduce, quello che Pirandello decise di rimettere in scena. Un personaggio che incarna perfettamente gli stilemi pirandelliani: condannato da un equivoco, da uno scambio di identità, goffo e drammaturgicamente potente nella sua alienazione, nella sua solitudine, rappresentati dalla cecità e dalla caverna. Un mostro, agli occhi dello spettatore, che tuttavia, sul liminare di una sorte triste, di una violenza che non ha ragione se non quella bislacca di un impulso, di un evento fortuito, si rivela più umano di quanto sia mai stato.
Con il suo siciliano popolaresco, verace, il Ciclope potrebbe quasi appartenere alla schiera dei soggetti che popolano le Novelle per un anno. Ma anche una singolare eco dell’identità multipla, e per questo disperatamente frammentata, di Vitangelo Moscarda. Perché la vita irrompe, nelle abitudini di Polifemo, e le distrugge, le disorienta. Le certezze si fanno dubbi atroci, la compagnia emarginazione. La modernità, rappresentata dal passaggio fugace di quegli uomini sconosciuti ha, in qualche modo, rovesciato il corso della sua vita. Proprio come, da sempre, fa la guerra, che sulle ali del progresso ha giustificato, infervorato, avallato indicibili aberrazioni. E proprio qui, proprio sulla soglia di questa sfumatura, emerge un altro toccante parallelismo tra Euripide e Pirandello: ovvero il tempo della messa in scena. Il drammaturgo greco diede alla luce quest’opera all’indomani della fallimentare spedizione ateniese in Sicilia, nell’ambito della Guerra del Peloponneso contro Sparta; Pirandello la adattò e la pubblico proprio a cavallo con la fine della Prima guerra mondiale. Nell’insensatezza generale della scena, insomma, pesa doppiamente anche quella dei conflitti, delle ragioni che da sempre oppongono gli uomini. Che dietro la maschera delle ragioni di stato, della sicurezza, inseguono egoismi personali e utili. È lo stesso Polifemo, al cospetto di Ulisse, a sbugiardare l’epica della guerra chiamando in causa Elena, il pretesto per eccellenza. A decostruire, sostanzialmente, lo stesso mito che per millenni lui stesso ha abitato:
«ULISSI: La nostra patria è Itaca, o Ciclopu. / E di la rocca d’Iliu, ch’espugnammu / cu lu nostru valuri, nni jittaru / li venti di lu mari a la to’ terra.
CICLOPU: Ah, siti chiddi chi pi ’nfin ‘a Troja / assicutàstivu Elena, dda mala / fruscula?
ULISSI: Appuntu. E fu una granni imprisa, / e dura imprisa!
CICLOPU: Robba di pigghiàrivi / a naticati! Comu? Navicari / pi ’nfinu ddà, pi du’ grana di fìmmina?».
L’evoluzione è completa. Il personaggio a cui Euripide aveva assegnato una carica di senso e di irriverenza fino a quel momento inedita giunge persino ad un accenno metateatrale. A desiderare, anche per sé, quasi di trovare un nuovo autore. Mentre il capovolgimento di ruoli si consuma – con un Ulisse più comico che eroe multiforme – quel dialogo inatteso tra Atene ed Agrigento, quel misto di surreale e di ardente umanità, riscrive i canoni di una storia già scolpita. Mettendo in luce che, spesso, ciò che viene concepito come verità non è altro che uno di infiniti punti di vista.
(Illustrazione in copertina generata con GeminiAI)

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