L’uomo di colore

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Pubblichiamo di seguito il racconto inedito della nostra collaboratrice Eva Luna Mascolino. Catanese di nascita e cittadina del mondo per adozione, Eva è laureata in Traduzione alla “Scuola per Traduttori e Interpreti” di Trieste. Vincitrice del “Premio Campiello Giovani” 2015, lo scorso anno ha pubblicato il racconto “Vladimir’s Blues” con la Aulino Editore. Con “L’uomo di colore” è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018

Lo avevamo aspettato dall’inizio della stagione, e finalmente era arrivato. Si era fatto annunciare da un cartellone scritto tutto in maiuscolo, che qualcuno aveva sovrapposto ai manifesti elettorali di maggio nel tempo di una notte. I giornali ne parlavano con entusiasmo, sostenevano che non si fosse mai vista una macchina tanto perfetta dalle nostre parti e che avrebbe attirato la stampa nazionale, i ricchi, l’allegria.

Noi non avevamo grandi pretese, dal canto nostro. Ci bastava scoprire il costume dei clown, trovarci un posto tra le ultime file, assistere al numero della violinista senza braccia. La aspettava in particolare Bobo, che prendeva lezioni di basso da sei mesi e che diceva sempre: Se non avessi le braccia non riuscirei neanche a correre, io, figuriamoci a suonare.

Bobo stava meglio di noi, che pagavamo con fatica la retta scolastica. Anzi, Vera non la pagava nemmeno. Sua madre ogni anno si avvolgeva intorno alla testa lo scialle rosso e faceva un nodo sotto l’orecchio destro. Poi si presentava dal preside e ripeteva la cantilena del suo lutto e dei debiti che quel galantuomo del marito le aveva lasciato dopo il suo ultimo sputo terreno. Vera non se ne vergognava granché, veniva a scuola con le trecce sempre impeccabili e i libri di seconda mano rilegati di verde.

Se si era unita alla nostra spedizione segreta era perché aveva un debole per le contorsioniste, mentre io ero affascinato dai prestigiatori. Ero fermamente convinto che la magia si potesse chiudere in una scatola e trasformare in un piccione sporco e grasso. Capivo che doveva esserci un trucco, ma non lo vedevo come un limite alla mia meraviglia. Mi sembrava solo una ricetta dettagliata da seguire perché tutto andasse secondo i piani. Un po’ come le parole che padre Oscar pronunciava prima di darci la comunione, sostenendo di avere trasformato l’ostia nel corpo di Cristo. Il trucco era il lavoro dietro le quinte, quello sul palcoscenico era il miracolo.

Così, il pomeriggio che è arrivato il circo in paese siamo andati a curiosare. Ciascuno per i suoi motivi, per spiare i suoi miti ancora senza trucco e con la faccia stanca dal viaggio. Avevamo invitato anche Franco, che amava i numeri con i cavalli, e naturalmente sapevamo che Lele non avrebbe staccato gli occhi di dosso dal mangiafuoco.

Una volta arrivati al campo in punta di piedi, ci eravamo divisi. Io mi ero avventurato oltre le gabbie delle tigri e avevo avuto la fortuna di incrociare immediatamente il mio idolo, che stava provando un qualche numero in piedi con il suo mantello blu.

Tutto mi sarei aspettato, nel vederlo, tranne realizzare che si trattava di uno straniero.

Era alto e con le spalle larghe, con un sorriso spavaldo e gli occhi piccoli. Nel vederlo avevo pensato a certi pupazzetti che cuciva la nonna Fatima, anche se loro erano sempre in giacca e cravatta e il tipo davanti a me aveva addosso una maglietta
sfilacciata.

Qualcosa mi diceva che alla gente non sarebbe piaciuto, che avrebbero criticato gli organizzatori per la scelta di un mago tanto giovane e specialmente di un altro continente. Che quelli come lui sarebbero finiti per rubarci perfino la voglia di intrattenere la gente, oltre al resto. Che per colpa loro ci stavamo trasformando in degli ibridi, incapaci di cavarsela da sé e sempre sul chi va là.

Avevo capito che non si trattava di un modo di dire quando mi ero accorto che mio zio si era procurato una rivoltella e che la teneva nascosta dietro le assi di legno della cucina. L’avevo notata per sbaglio, una volta che lui l’aveva appena lucidata e la stava rimettendo a posto. Gli avevo domandato dove l’avesse comprata e lui mi aveva risposto che non era mica in vendita. Aveva dovuto sottostare a più di un favore per ottenerla, ma ne era valsa la pena. Ora saremo al sicuro, per fortuna, aveva mormorato a denti stretti.

– Al sicuro da chi, zio?

– Da quelli là.

Non aveva dubbi su chi fosse il nemico e su quale fosse la maniera più rapida per toglierselo di torno. Niente illusionismi o altri bluff, quando bastava piazzare una pallottola in mezzo alla testa per dormire sonni tranquilli. Almeno, così credeva. Non aveva capito che quelli là ci circondavano, ormai, e che rimandarli indietro era fuori dalla nostra portata. Bisognava andare d’accordo, cercare una lingua comune sia a loro che a noi e smetterla di spaventarsi a vicenda con minacce e armi
da fuoco.

Io me ne ero convinto dal pomeriggio in cui avevo visto mia sorella maggiore baciare uno di loro sulla bocca dietro la piazza principale del paese e poi correre a casa col volto coperto, per non farsi riconoscere. Mi ero fatto l’idea che avrebbero ripetuto volentieri quel frammento di intimità, se non si fossero sentiti vittime di due schieramenti determinati a bestemmiare l’uno contro l’altro.

Purtroppo gli altri non la pensavano come me, ed ecco perché non mi sarei aspettato di trovare uno di quelli là ingaggiato dal circo nazionale.

Doppiamente entusiasmato dalla sua presenza, lo avevo raggiunto a grandi passi gridando:

– Ehi, signor prestigiatore!

Lui si era girato dalla mia parte e per un attimo mi aveva squadrato con diffidenza.

– Che ci fai qui, ragazzino?

– Speravo proprio di riuscire a parlare con lei.

– Con me? – si era stupito.

– Sì. Vede, anche io so fare sparire la donna di fiori da una piramide di dieci figure.

Mi era sembrato di vederlo addolcirsi in viso.

– Non mi dire!

– Ho nove anni e mi chiamo Louis – avevo proseguito sfrontato.

– Louis, come il re di Francia

– In Francia hanno un re?

Il signor prestigiatore non era riuscito a trattenere una risata.

– Oggi non più. Ne hanno avuti tanti in passato, però.

– E lei come lo sa? Viene forse da laggiù?

– No – mi aveva spiegato – ma l’ho studiato a scuola, nel mio Paese.

– E qual è il suo Paese?

– L’Italia – aveva mormorato.

– La mia mamma dice che in Italia la gente ruba molti soldi e che tutti i mariti uccidono le loro mogli.

– Ah sì? E che altro dice la tua mamma sull’Italia?

– Che lì sanno cucinare la pasta più buona del mondo e che sulle montagne d’inverno cade la neve.

– Ha ragione – aveva confermato lui – l’ho vista con i miei occhi.

– La pasta o la neve?

– Entrambe, in effetti.

– E perché è venuto qui? – mi era scappato di chiedergli allora. – Io non me ne sarei mai andato da un posto in cui non fanno scuocere la pasta come succede sempre a mia zia Tea.

– Perché non interessavo a nessuno, laggiù – mi spiegò. – Al momento sono tutti concentrati su altri tipi di numeri.

Rimase un attimo in silenzio e poi riprese, con tono diverso:

– A proposito, dovrei andare a riprendere le prove. Verrai stasera allo spettacolo, Louis?

– Certo, signore, a più tardi! – avevo esclamato mentre lui già si allontanava in direzione di un camper.

Nel raggiungere di corsa Bobo, che intanto stava ascoltando la violinista appoggiato dietro a uno spesso tendone giallo lì accanto, ho pensato che avrei dovuto riferirgli tutto e subito, prima di dimenticare un solo dettaglio dell’incontro.

Per la verità, non ho mai più smesso di raccontare questa storia, nonostante siano ormai passati anni e il circo non sia durato a lungo, come neppure la carriera del prestigiatore. Per mio zio vederlo sul palco era stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso. Dopo lo show era tornato a casa, aveva preso la pistola ed era tornato dritto ai capannoni per lavare quell’onta bianca dalla nostra troupe nera.

Forse, se solo in Italia la neve non fosse mai caduta, la sua pelle non sarebbe stata imbrattata di colore in quel modo e in paese lo avrebbero potuto scambiare per uno di noi.

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