«È permesso, potrei entrare?

vorrei fare una canzone

ho la pizzica ed il fuoco che mi si accendono nel cuore, nel cuore

e ballate e cantate, sono artisti di Palermo

sono tutti nullafacenti e ti conquistano senza impegno, senza impegno

lavoriamo poco, riusciamo a vivere…».

Aprite la porta a Manuela Di Salvo, artista di Palermo. Lei ha davvero il fuoco nel cuore e una voce rasposa e limpida allo stesso tempo. Può passare disinvoltamente dalla tarantella al reggae, sa essere drammatica e sensuale, rilancia la denuncia di Ignazio Buttitta ed evoca l’oscura magia del suono di Bristol. Lei è Manutsa, «mano piccola, un nome d’arte che mi rispecchia fisicamente: io sono una donna minuta», sorride. Una piccola, grande donna dagli occhi di cerbiatta, con la forza di raccontare il presente con tutte le sue storture, con il coraggio di ribellarsi e l’urgenza di “canciari”.

Gli inizi a 17 anni in una tribute band femminile di Giuni Russo, Les femmes, omaggio anche al padre, «che mi faceva ascoltare tutti i giorni la cantante palermitana lanciata da Battiato». Poi la scoperta delle musiche popolari con i Cortili di Mirò, gruppo con il quale si cimenta nei brani classici della tradizione popolare pugliese, napoletana e siciliana. «Finché ho avvertito l’esigenza di creare una mia musica».

E Manuela Di Salvo, nella sua nuova identità di Manutsa, parla e canta da donna, rivolgendosi alle donne. Parru cu tia, album di debutto, nasce dall’incontro e dalla conoscenza di donne nelle loro gioie e nei loro dolori, attraverso il suo impiego di segretaria al Comune di Palermo: «All’interno di un ufficio politico ho visto e vissuto a distanza dinamiche umanamente tristi nei confronti delle persone», spiega. «Parru cu tia è un progetto ideato più di quattro anni fa, prima che nascesse mia figlia. È un lavoro curato nei minimi dettagli, che ho fatto uscire soltanto quando mi sono riconosciuta in tutte le dieci tracce che lo compongono»

STORIE DI DONNE. Ogni canzone è una storia. Non ci sono retorica, né slogan né didascalismi. Tutto passa attraverso il suo genio lirico e narrativo. C’è una ragazza madre che faceva mille lavori per mantenere la sua piccola bambina (Na matri). In Vuci «c’è una donna bellissima ed intelligentissima che aveva perso la sua identità ed il suo amor proprio a causa della violenza psicologica di un partner che la faceva sentire inutile». Mentre nella solare e caraibica Aria di una jurnata «c’è un’anziana donna che mi ha raccontato di esser stata da giovane rinchiusa in manicomio, solo perché era una artista». E ancora, nella canzone Parru, «ho raccolto ed utilizzato tante voci femminili trovate per strada, alle quali ho raccontato il mio progetto e con un entusiasmo disarmante hanno registrato la loro voce ripetendo la frase “parru cu tia”, indicativo del fatto che in quella frase si stavano fieramente affermando con tenacia». In La to passiuni è una donna sciantosa che racconta di sé, del suo non potersi fermare, dei compromessi ai quali è costretta a scendere pur di inseguire la sua passione per la musica. Infine, la sofferta Canciari, carica di pathos, una fotografia amara e un moto di speranza insieme. «È il punto nuovo di partenza. Canciari è donna, perché le donne cambieranno la Sicilia. E lo faranno come con l’impellenza tipica del parto, affronteranno il nuovo con la paura di non farcela, ma con la consapevolezza intima e certa che l’ora è ora», sostiene Manutsa.

In un contesto tutto femminile possono forse stonare le voci maschili di Salvo Piparo, chiamato a recitare Parru cu tia di Buttitta, e di Eugenio Panòrm in La pizzica di Palermo. «Non siamo Wonderwomen, abbiamo bisogno dell’uomo», ride Manutsa. «Salvo Piparo mi sembrava la voce ideale per recitare la denuncia sociale di Buttitta, mentre Eugenio fa da contraltare in un gioco di rimandi tra uomo e donna sulla vita degli artisti».

CONTAMINAZIONI. Con un piede nel passato e lo sguardo nel futuro, Manutsa contamina le tradizioni popolari con influenze sonore contemporanee, dal trip hop all’elettronica. «Il mio sogno è quello di cantare in siciliano su musiche simili a quelle dei Massive Attack o dei Portishead». Ci riesce nel singolo Canciari, dove il marranzano di Puccio Castrogiovanni duetta con l’elettronica, e nella minimalista Parru. Chitarre alla U2 fanno capolino nella straordinaria rock ballad di Vuci, mentre Carmen Consoli e PJ Harvey s’incontrano in A Giostra, carica di sarcasmo nei confronti del carosello dei politici: «Haju vistu u movimentu di sti cristiani / l’haju vistu dall’interno stu movimentu / mi parìa di stari supra un’altalena / cu la forza a cattiveria e l’ipocrisia…», canta Manutsa.

Quella politica alla quale la cantautrice addebita i motivi per cui agli artisti siciliani è difficile affermarsi nella propria terra. «Lavoriamo poco da sempre, al di là dei problemi provocati dalla pandemia», si lamenta. «La Sicilia è una terra macchiata dalla gestione politica. Ci sono troppi ostacoli per suonare, bisogna fare i salti mortali per qualche concerto».

Artista di Palermo, come il suo mito adolescenziale Giuni Russo (ricordata in questo album con Illusione), anche Manutsa ha trovato a Catania, in particolare nell’etichetta discografica Musica Lavica, chi ha creduto nella sua proposta. «Nel disco ci sono due anime: quella del produttore palermitano Roberto Terranova, orientato verso l’elettronica, il trip hop, la dance, e l’altra del musicista e arrangiatore catanese Denis Marino, più vicino al folk. Parru cu tia è un disco dove synth, programmazioni, theremin, campionamenti e “scrusci vari” sposano marranzani, tamburi a cornice, mandolini e bouzouki».

Ed a Catania, al Centro Zō, il prossimo 11 novembre Manutsa presenterà Parru cu tia.

Aprite la porta a Manuela Di Salvo, artista di Palermo. Lei ha davvero il fuoco nel cuore…

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