Due lauree scientifiche, una buona conoscenza di inglese, tedesco e francese, un’appassionata carriera universitaria, un grande impegno nella didattica. Alla fisica Marianna Ciccone le qualità per passare alla storia della fisica contemporanea non sarebbero di certo mancate. Eppure, nell’estate del ’44, l’allora 53enne docente all’Istituto di Fisica a Pisa dette prova di coraggio e di amore per la ricerca che ne suggellarono la straordinaria eredità in modo indelebile.

I SACCHEGGI ALL’UNIVERSITÀ. La storia della fisica siciliana si colloca in un periodo particolarmente drammatico per la città di Pisa: sono gli ultimi anni della Seconda Guerra mondiale e delle violenze naziste contro i civili, come gli eccidi della Romagna sul Monte Pisano e della strage di Sant’Anna di Stazzema, la distruzione causata dalla guerra, di bombardamenti che provengono da due fronti. A questa crudeltà si aggiungono i saccheggi per mano dei militari tedeschi. Razzie che depredarono anche l’Istituto di Fisica dell’Università di Pisa, in più fasi a partire dal 23 giugno, quando i tedeschi distruggono Ponte di Mezzo, rubando materiale scientifico, libri e riviste, e che colpirono altre sedi come la Facoltà di Ingegneria e l’Istituto di Fisiologia Umana. In questo contesto – come ricorda puntualmente il professore Marco Piccolino che alla Ciccone ha dedicato una corposa ricerca – si colloca una lettera datata 7 ottobre 1944 nella quale l’allora Rettore dell’Università di Pisa, Luigi Russo, ringrazia la professoressa dell’Istituto di Fisica per aver protetto durante la dominazione tedesca “gli interessi dell’Istituto e dell’Università, anche quando il suo fermo contegno avrebbe potuto cagionarLe serie conseguenze”.

DA NOTO A PISA. Mariannina Corradina Ciccone nacque a Noto, nella provincia di Siracusa, il 29 agosto 1891. Seconda dei tre figli del commerciante Corrado Ciccone e Giuseppina Mirmina, il suo percorso di studi in Matematica la porta a Pisa, dove si laurea nel 1919 e successivamente in Fisica nel 1924. La sua carriera accademica è intensa e ricca di esperienze notevoli: nel 1931 viene promossa ad Aiuto dell’Istituto di Fisica; in quel periodo pubblica articoli sul Nuovo Cimento, importante rivista italiana del campo; nel 1935 trascorre un periodo in Germania, nell’Istituto di Fisica della Scuola di Ingegneria di Darmstadt, dove collabora nel campo di ricerca della spettroscopia con il professore Gerhard Herzberg (premio Nobel 1971), che per le sue origini ebraiche partirà verso il Canada per sfuggire alle leggi razziali. Tornata a Pisa, ottiene la cattedra di Spettroscopia, lavoro che svolgerà fino al 1962 per poi tornare nella sua città natale, dove muore il 29 marzo 1965, e che si intensifica nel periodo bellico “a causa del fatto che molti dei membri dell’Istituto erano stati richiamati alle armi”.

UNA TIGRE INFURIATA. Ma cosa accadde esattamente in quel fatidico giorno d’estate a Pisa? In un articolo sulla Storia della Fisica in Italia, pubblicato nel 1987, l’autore, il fisico pisano Adriano Gozzini, racconta che nell’estate del ʼ44, presso l’Istituto di Fisica (l’attuale Palazzo Matteucci, in Piazza Torricelli), dove all’epoca lavorava, i tedeschi, prima di lasciare la città, “fecero saltare in aria un’ala dell’Istituto con la sua torre”. In quel momento (dalle ricerche del professor Piccolino si tratta probabilmente del 7 luglio) una sola persona era presente: la docente Marianna Ciccone. È grazie alla determinazione di questa donna, aiutata dal custode Barsali Pirro e dai suoi famigliari, che alloggiavano nell’Istituto, insieme alla presa in custodia di alcuni strumenti da parte del direttore Luigi Puccianti, che le perdite furono minori. La scienziata siciliana, infatti, non solo nascose in tempo gli “oggetti più pregevoli” nella parte non minata dell’Istituto ma dimostrò anche un notevole coraggio. Dopo l’esplosione delle mine, nella parte in cui si trovava la torre per le telecomunicazioni, i soldati tedeschi presero i migliori strumenti di ottica presente, ma trovarono un ostacolo: “Quando Anna vide questo, ‒ descrive Gozzini ‒ si precipitò sui soldati tutta infuriata, come una tigre difenderebbe la sua prole, lasciando loro l’alternativa tra, uccidere lei lì sul posto, o rinunciare alla razzia. Fortunatamente i militari scelsero quest’ultima possibilità, cosicché i migliori strumenti si salvarono. Chiunque conosceva la Ciccone può ben immaginare la scena”.

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